Il fisco punta su algoritmi e compliance collaborativa mentre l’evasione scende a 72 miliardi ma resta il nodo dei 200mila «sconosciuti»
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Redazione Economia
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Settantadue miliardi. È la stima, certificata nelle settimane scorse dagli uffici studi di Banca d’Italia e confluita poi nella Relazione sull’economia non osservata del ministero dell’Economia, del buco annuale che l’erario continua a registrare a causa del comportamento, doloso o semplicemente omissivo, di una parte non marginale del tessuto produttivo e delle persone fisiche del Paese -5-10. Una cifra che, per quanto ancora imponente – si parla pur sempre di oltre quattro punti di Pil potenziale – segna tuttavia una flessione netta rispetto ai 97 miliardi del 2017, vale a dire venticinque miliardi in meno di tasse sottratte alle casse pubbliche, un risultato che il capo del servizio fiscale di via Nazionale, Giacomo Ricotti, ha ricondotto senza troppe esitazioni all’uso pervasivo e ormai maturo della fatturazione elettronica, della trasmissione telematica dei corrispettivi e dello split payment, strumenti, questi sì, che hanno modificato in modo strutturale il rapporto, un tempo assai più opaco, tra dichiarato ed effettivo -5-10.
Eppure, il quadro che emerge dalle audizioni parlamentari e dagli interventi pubblici dei vertici dell’amministrazione finanziaria – dal direttore dell’Agenzia delle Entrate Vincenzo Carbone al viceministro Maurizio Leo – restituisce l’immagine di un contrasto all’evasione che ha definitivamente archiviato la logica della cosiddetta «pesca a strascico», quella che gettava reti amplissime nella speranza di imbrigliare qualche contribuente distratto, per abbracciare invece un paradigma fondato sulla selettività e sulla profilazione del rischio -2-9. Leo, ospite nelle scorse settimane dei programmi di approfondimento Rai, è tornato a ripetere il concetto con una formula ormai collaudata: non si lavora più per settori o per categorie presunte, ma si incrociano i dati – quelli della fatturazione elettronica in primis, cui ora si aggiungono le banche dati doganali e gli archivi dei corrispettivi giornalieri – e si isolano le divergenze, magari anche minime, tra quanto un operatore avrebbe dovuto dichiarare in base a parametri oggettivi e quanto ha invece effettivamente riversato all’erario -2-4.
La svolta dei controlli sprint e la scoperta dei fantasmi fiscali
Il piano operativo dell’Agenzia, come emerso da una recente intervista rilasciata dal numero uno delle Entrate al Sole 24 Ore, ha impresso un’accelerazione senza precedenti ai cosiddetti accessi brevi: nei primi sei mesi del 2025 ne sono stati effettuati oltre ventiduemila, quasi il quadruplo rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, e si tratta di verifiche lampo condotte attraverso la comparazione immediata dei flussi informativi presenti nel Sistema informativo della fiscalità, capaci di far emergere in poche ore eventuali scostamenti tra i ricavi effettivi e il volume d’affari dichiarato -9. Non solo. Accanto a queste attività di controllo più rapide – che spesso si risolvono in un invito bonario alla regolarizzazione e in un recupero immediato delle imposte senza che si apra mai formalmente un contenzioso – l’Agenzia ha portato a termine nel corso del 2025 una gigantesca opera di scandaglio che ha coinvolto qualcosa come diciassette milioni di posizioni soggettive, un’analisi massiva dalla quale sono emersi oltre duecentomila contribuenti che con il fisco avevano un rapporto inesistente o, per meglio dire, interrotto -4.
Di questi, centosedicimila non avevano proprio presentato la dichiarazione dei redditi pur essendovi obbligati per legge, e ottantaseimila – una fetta rilevante, quasi la metà del totale – risultavano del tutto sconosciuti all’anagrafe tributaria: professionisti, artigiani, piccoli imprenditori che operavano esclusivamente in nero, al di fuori di qualunque perimetro censito, e che solo l’incrocio sistematico tra spese, consumi e movimenti finanziari ha permesso di smascherare -4. La strategia, lo ha ribadito lo stesso Carbone, non è quella di moltiplicare gli avvisi di accertamento fine a sé stessi – il cui numero, peraltro, viene sempre rapportato alla densità dei grandi contribuenti, dove l’incidenza dei controlli raggiunge punte del trentacinque per cento – ma di utilizzare lo strumento delle lettere di compliance come leva per stimolare l’adempimento spontaneo, una sorta di alert preventivo che invita il contribuente a correggere l’errore o a sanare l’omissione prima che scatti la sanzione vera e propria -1-9.
Le pieghe della rottamazione e i limiti del magazzino crediti
Parallelamente all’irrobustimento degli strumenti investigativi di natura tecnologica – dove però, come ha tenuto a precisare il direttore Carbone nel corso di Telefisco e in altre sedi istituzionali, non si fa uso di intelligenza artificiale generativa per le fasi decisionali, riservate esclusivamente al vaglio umano, bensì solo per l’analisi preistruttoria delle anomalie – si è consumata la vicenda, per certi versi emblematica, della rottamazione quinquies -2-8. Attesa da molti contribuenti e da alcune forze politiche come una sorta di sanatoria universale, la misura – che avrebbe dovuto consentire di diluire in dieci anni, attraverso centoventi rate mensili, il pagamento dei carichi affidati alla riscossione dal 2000 al 2023 – è rimasta impantanata nell’iter parlamentare, complice anche la difficoltà, denunciata da più parti, di Sogei, la società di Information Technology del ministero, di predisporre in tempi ristretti i software necessari a gestire l’enorme flusso di domande -8. Alla fine il decreto Milleproroghe convertito in legge ha dovuto prendere atto dell’impossibilità di varare una nuova edizione della misura, limitandosi a riaprire i termini per i decaduti dalla precedente rottamazione quater, quelli che avevano perso i benefici per non aver pagato una o più rate, e concedendo loro fino allo scorso 30 aprile per presentare una nuova istanza -3-8.
La sensazione, e non è una sensazione ma un dato oggettivo che emerge dalla documentazione tecnica, è che l’amministrazione finanziaria si trovi oggi a maneggiare un paradosso: da un lato dispone di un arsenale conoscitivo senza precedenti, fatto di big data, algoritmi predittivi e capacità di incrocio istantaneo, e dall’altro deve fare i conti con un magazzino di crediti difficile da smaltire e con una platea di contribuenti – quelli completamente sommersi, i cosiddetti evasori totali – che sembra non intaccarsi più di tanto -4-5. Né va dimenticata, sullo sfondo, l’attività di vigilanza dell’Agenzia sugli immobili che hanno beneficiato del Superbonus: nel corso dell’anno sono partite verifiche mirate sugli immobili per i quali, a fronte di interventi edilizi significativi, non risultava presentata la necessaria variazione catastale, un tema sul quale Carbone ha cercato di rassicurare i contribuenti, spiegando che l’obiettivo non è punire ma instaurare un dialogo collaborativo per riallineare le posizioni -6. Ma anche in questo caso, si tratta di un’ulteriore tessera di quel mosaico complesso – fatto di controlli, compliance e, quando serve, rottamazioni – che il viceministro Leo continua a descrivere come il nuovo corso del fisco italiano, un fisco che non fa più pesca a strascico ma che, nondimeno, continua a tirare le reti.




