Aleppo, il fragile silenzio delle armi dopo l'ultimatum rifiutato

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un fumo denso, che offusca il profilo di una città già crivellata da anni di guerra, continua ad alzarsi dai quartieri di Sheikh Maqsoud e Ashrafiyeh, nonostante l'annuncio di una tregua. Il governo di transizione siriano, nella notte tra giovedì e venerdì, aveva proclamato un cessate il fuoco, valido fino al mattino, condizionandone però il mantenimento a una richiesta perentoria: il completo ritiro delle Forze di sicurezza interna curde, gli Asayish, da quelle zone strategiche di Aleppo. Una richiesta, quella di Damasco, che i combattenti curdi hanno interpretato – e dunque rifiutato – come una resa incondizionata, trasformando la proposta in un ultimatum svanito nel nulla dopo ore di scontri ininterrotti. Le esplosioni, infatti, non si sono fermate, segnando il fallimento dell’intesa e riaccendendo il conflitto in una città dove la popolazione, stremata, è costretta a un esodo massiccio.

L'operazione di rastrellamento e il prezzo umanitario

È in questo clima di tensione mai sopita che l'esercito siriano ha dichiarato di aver portato a termine "un'operazione di rastrellamento" proprio nel quartiere di Sheikh Maqsoud, un'azione militare che segue i violenti combattimenti con i gruppi curdi. Le autorità, attraverso un comunicato diffuso dai media statali, hanno esortato i residenti a rimanere nelle proprie abitazioni, un invito che suona paradossale in un'area teatro di scontri così feroci. Monsignor Joseph Tobji, arcivescovo maronita di Aleppo, ha usato parole drammatiche per descrivere la situazione, affermando che «sopra Aleppo si è aperto l’inferno», un inferno durato quattro giorni, dal 6 gennaio, e deflagrato con particolare violenza due giorni dopo. Uno scenario che ha provocato, secondo le stime, lo sfollamento forzato di oltre centoquarantamila persone, un numero enorme che racconta, più di ogni analisi, il costo immediato di questa recrudescenza bellica.

Il ruolo delle forze curde e la mediazione statunitense

Al centro del conflitto ci sono le Forze democratiche siriane (Fds), l'alleanza a prevalenza curda che, con il sostegno degli Stati Uniti, ebbe un ruolo decisivo nella sconfitta dello Stato Islamico a Raqqa nel 2017 e che da allora ha impedito la rinascita del gruppo jihadista in vaste aree del paese. La loro presenza ad Aleppo, e il rifiuto di abbandonare le posizioni, rappresenta un nodo strategico e politico di difficile soluzione, che si intreccia con gli equilibri di potere nell'intera Siria. Fu proprio la diplomazia statunitense, nella figura dell'amministrazione del presidente Trump, a mediare per far entrare in vigore il cessate il fuoco alle sei del mattino di venerdì, una tregua che, però, si è rivelata effimera e sostanzialmente inefficace, dato che le ostilità sono riprese poco dopo, lasciando il posto a nuove colonne di fumo nero e a un senso di precarietà ancora più profondo.

Una crisi dentro la crisi

Quella di Aleppo non è, dunque, una semplice scaramuccia locale, ma una crisi dentro la crisi siriana, che mette in luce le fragili alleanze e le contrapposizioni irrisolte. Da una parte, il governo di Damasco che rivendica il controllo del territorio nazionale; dall'altra, le formazioni curde che difendono le loro aree di influenza, con il supporto, seppur non sempre esplicito in questa fase, di Washington. Il risultato è una situazione di stallo armato, dove gli annunci di tregue si dissolvono nel giro di poche ore e le operazioni militari vengono presentate come semplici "rastrellamenti", mentre la popolazione civile paga il prezzo più alto, costretta a fuggire o a rinchiudersi in casa, in attesa che il fragore delle armi cessi, almeno temporaneamente. La città, simbolo stesso della devastazione del conflitto siriano, si ritrova ancora una volta a essere un campo di battaglia, mentre la diplomazia fatica a trovare una strada per una pace duratura.

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