Israele rivendica il bombardamento del complesso nucleare di Taleghan, nodo del programma atomico iraniano
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Redazione Esteri
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Le Forze di difesa israeliane hanno ufficialmente rivendicato la responsabilità di un attacco aereo condotto contro il complesso di Taleghan, situato nella periferia di Teheran, un'installazione che secondo lo Stato ebraico rappresentava un tassello fondamentale nel mosaico del programma nucleare iraniano. L'operazione, portata a termine nel corso delle ultime offensive che stanno infiammando il Medio Oriente, si è abbattuta su quello che gli strateghi dell'Idf descrivono come un centro nevralgico per lo sviluppo di capacità critiche legate alla fabbricazione di un ordigno atomico. Nel dettaglio del comunicato militare, diffuso nella giornata di giovedì, si specifica come l'obiettivo fosse situato all'interno della più vasta area militare di Parchin, un luogo da anni al centro delle attenzioni delle agenzie di intelligence occidentali proprio per i suoi presunti legami con attività sensibili. L'aviazione israeliana, basandosi su informazioni di intelligence definite di elevatissima precisione, avrebbe centrato la struttura, provocando danni la cui entità, al momento, non è stata né confermata né commentata dalle autorità di Teheran, lasciando un vuoto informativo che alimenta ulteriori speculazioni.
La scelta del sito di Taleghan non appare casuale agli occhi degli analisti, inserendosi in una strategia di lungo corso che Gerusalemme porta avanti con l'obiettivo dichiarato di troncare sul nascere ogni ambizione militare della Repubblica Islamica. Secondo quanto ricostruito dagli stessi vertici militari israeliani, l'installazione era stata utilizzata negli anni recenti per condurre esperimenti legati al cosiddetto Progetto Amad, un programma scientifico clandestino che, sebbene l'Agenzia internazionale per l'energia atomica lo abbia formalmente archiviato nel 2003, viene ritenuto da Tel Aviv solo parzialmente abbandonato e forse proseguito in forme occulte. Non è la prima volta che le difese iraniane vengono messe alla prova in questa precisa area: già nell'ottobre del 2024 un'altra incursione aveva preso di mira lo stesso complesso, e nel novembre successivo l'Institute for Science and International Security, un think tank statunitense, aveva segnalato tentativi di ripristino e persino la costruzione di un "sarcotago" di cemento armato a protezione di alcune strutture, indizi di una volontà di preservare conoscenze e capacità operative nonostante le ripetute incursioni.
L'attacco a Taleghan si colloca in una cornice di fuoco molto più ampia, che ormai da due settimane vede contrapposti da un lato Israele e Stati Uniti e dall'altro l'Iran e i suoi alleati regionali, in una spirale di violenza che ha già provocato centinaia di vittime e distrutto infrastrutture strategiche. Le stesse Forze di difesa israeliane hanno reso noto, attraverso i propri canali ufficiali, di aver completato nelle ultime ventiquattr'ore venti distinti attacchi su larga scala nelle regioni centrali e occidentali dell'Iran, colpendo oltre duecento obiettivi tra cui lanciamissili balistici, postazioni della difesa aerea e siti adibiti alla produzione di armamenti. Un'attività bellica intensissima, coordinata da decine di velivoli e supportata da un imponente apparato di intelligence, che ha visto succedersi raid anche su altri complessi sensibili come quello di Minzadehei, già preso di mira all'inizio di marzo per le sue presunte funzioni nello sviluppo di componenti chiave per testate atomiche.
Sul terreno, la situazione appare sempre più incandescente e fuori controllo, con le conseguenze dei bombardamenti che si riverberano ben oltre i confini iraniani. Testimonianze raccolte sui social network e diffuse dalle agenzie mostrano edifici ridotti a cumuli di macerie nella periferia di Teheran, e in alcuni casi si parla di vittime civili sepolte sotto le macerie, come nel drammatico episodio di una famiglia di cinque persone rimasta intrappolata nel crollo della propria abitazione a seguito di un attacco congiunto israelo-americano. Il bilancio complessivo delle vittime, in costante aggiornamento, avrebbe superato le duemila unità dall'inizio delle ostilità, concentrandosi principalmente in Iran ma contando morti anche in Libano e in diversi paesi dell'area del Golfo, dove gli sciami di droni e missili balistici lanciati dai Pasdaran e dalle milizie filo-iraniane stanno mettendo a dura prova i sistemi di difesa alleati.
La controffensiva di Teheran e le ripercussioni globali
La risposta iraniana non si è fatta attendere e, come prevedibile, ha assunto le forme di una guerra per procura che mira a espandere il conflitto su più fronti, con l'obiettivo di logorare l'avversario e colpire i suoi interessi vitali e quelli dei partner regionali. Nelle ultime ore, le difese aeree di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait sono state nuovamente attivate per intercettare sciami di droni e missili, alcuni dei quali diretti contro obiettivi sensibili come il quartiere diplomatico di Riad o i giacimenti di gas di Shaybah. Una strategia, quella di Teheran, che mira a destabilizzare l'intero scacchiere mediorientale e a colpire le economie dei paesi produttori di petrolio, alleati di fatto degli Stati Uniti, per aumentare la pressione politica e militare su Washington e su Israele. Il passaggio dello Stretto di Hormuz, punto nevralgico per il transito di una quota significativa del greggio mondiale, è ormai considerato un'area ad altissimo rischio, tanto che l'Agenzia internazionale per l'energia ha coordinato il rilascio di quattrocento milioni di barili dalle riserve strategiche dei paesi membri per far fronte a una possibile crisi di approvvigionamento.
Parallelamente, il fronte libanese si è riacceso con violenza inaudita, con Hezbollah che ha intensificato il lancio di razzi e droni verso il territorio israeliano in quello che è stato descritto come l'attacco più massiccio dall'inizio della guerra. Il ministro della Difesa israeliano ha minacciato un'estensione delle operazioni di terra nel Sud del Libano, arrivando a ipotizzare l'occupazione di porzioni di territorio se Beirut non fosse in grado di controllare le milizie sciite. Le Forze di difesa israeliane hanno comunicato di aver colpito oltre millecento obiettivi in Libano, causando centinaia di vittime e ingenti distruzioni, mentre il conflitto ha già provocato lo spostamento di circa ottocentomila sfollati. La situazione è resa ancor più esplosiva dalla presenza di contingenti internazionali nella regione, come dimostra la morte di un soldato francese in Iraq, vittima di un attacco con droni rivendicato dalle milizie filo-iraniane, un episodio che rischia di allargare ulteriormente la crepa e di coinvolgere in modo diretto anche le potenze europee.
Mentre le diplomazie internazionali tentano faticosamente di trovare una mediazione, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha dichiarato che non esistono ancora i presupposti per un accordo che ponga fine alle ostilità, sottolineando anzi la necessità di formare una coalizione navale per proteggere le rotte commerciali nel Golfo. Una richiesta che ha trovato parziale disponibilità da parte di alcuni alleati, come la Corea del Sud, ma che ha scatenato l'immediata reazione del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, il quale ha messo in guardia da qualsiasi azione che possa provocare un'ulteriore escalation e un'estensione geografica del conflitto. Nel frattempo, i Guardiani della rivoluzione hanno lanciato minacce dirette contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, promettendo di perseguirlo e ucciderlo, un'annuncio che segna un ulteriore, pericoloso salto di qualità nella retorica bellica e che lascia presagire giorni ancora più bui per l'intera regione.




