Avellino, sequestrati due centri antiviolenza: indagata per finto rapimento ed esercizio abusivo
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Redazione Interno
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Una vicenda che intreccia presunti reati contro la pubblica fede e un abuso di professione ha portato al sequestro preventivo di due strutture dedicate all’accoglienza di donne in difficoltà, operative sia in Irpinia che in Calabria. Su disposizione del gip, su richiesta della Procura di Reggio Calabria, sono state poste sotto sigillo l’associazione “Odv Centro Antiviolenza Margherita” e gli immobili da essa gestiti, dopo un’indagine che muove da un episodio risalente al marzo dello scorso anno. In quella circostanza, la referente dell’organizzazione aveva denunciato di essere stata aggredita, stordita e trascinata via da due uomini, un racconto che gli investigatori della Squadra Mobile avrebbero in seguito ricostruito come una macchinazione, un rapimento simulato.
Le accuse della magistratura e il ruolo della presunta vittima
Al centro delle indagini, coordinate dalla Procura reggina, è finita la stessa promotrice del centro, una cinquantenne originaria di Avellino ma residente in Calabria, iscritta nel registro degli indagati con l’ipotesi di reato che va dalla simulazione di delitto alla calunnia, fino alla falsa informazione al pubblico ministero. Alle accuse concernenti il presunto finto rapimento, gli inquirenti ne hanno aggiunta un’altra di notevole gravità, ovvero l’esercizio abusivo della professione di psicologa. Secondo quanto emerso dalle investigazioni, la donna avrebbe infatti condotto percorsi di sostegno e, addirittura, prescritto farmaci a donne vulnerabili, pur non essendo abilitata a tale attività, un fatto che assume un peso specifico ancor più significativo considerando il delicato contesto in cui operava.
La difesa sociale e la rivendicazione di un percorso
Nel pieno della bufera giudiziaria, l’indagata ha scelto i social network per fornire una propria versione dei fatti, affidata a un post sulla piattaforma Facebook. In quella sede, senza entrare nel merito delle singole accuse ma rivendicando con forza la propria professionalità, ha respinto l’idea che la sua scelta di operare come counselor, una figura il cui profilo non è ordinisticamente regolamentato in Italia, potesse essere considerata una scelta di ripiego o una scorciatoia. “Il counseling è una scelta etica”, ha scritto, sottolineando come il suo operato fosse sempre stato guidato da una deontologia precisa, sebbene differente da quella di altre professioni sanitarie.
Le implicazioni per il territorio e per le vittime
La chiusura delle due sedi, una in Irpinia e l’altra a Reggio Calabria, lascia un vuoto nei servizi offerti a un’utenza particolarmente fragile, privandola, almeno temporaneamente, di un punto di riferimento. L’operazione delle forze dell’ordine, che ha materialmente visto l’applicazione dei sigilli e dei nastri di sequestro, solleva interrogativi non solo giudiziari ma anche sociali, mettendo in luce i rischi connessi a una gestione non trasparente o, come in questo caso, potenzialmente illecita, di strutture che dovrebbero essere sinonimo di protezione. Le indagini proseguono per accertare le responsabilità penali, mentre la vicenda giudiziaria dovrà fare chiarezza su una serie di eventi che hanno gettato ombre su un settore già di per sé complesso e delicato.




