Avellino, finto rapimento e professione abusiva: finiscono sotto sequestro due centri antiviolenza
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Redazione Interno
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La Procura di Reggio Calabria ha disposto il sequestro preventivo di due strutture legate all'associazione "Odv Centro Antiviolenza Margherita", che operava sia nella città dello Stretto che in provincia di Avellino. La misura, emessa dal gip su richiesta dei magistrati, segue un'inchiesta che ha preso le mosse da un episodio di finto rapimento denunciato nel corso del 2024, per poi allargarsi a scenari ben più complessi e gravi. Le indagini, condotte congiuntamente dalla Squadra mobile di Reggio Calabria e da quella di Avellino, hanno portato a identificare come indagata la legale rappresentante dell'ente, una donna di 54 anni residente in Calabria ma originaria dell'Irpinia, accusata di aver orchestrato la propria scomparsa e di aver esercitato illegalmente la professione di psicologa.
Dall'auto-rapimento all'abuso della professione
L'episodio che ha fatto scattare le indagini, e che oggi appare come il primo tassello di un quadro dalle tinte fosche, fu la denuncia presentata dalla donna nella primavera dello scorso anno: dichiarò di essere stata rapita, alimentando una vicenda di cronaca che si risolse nel giro di poche ore, quando le forze dell'ordine la ritrovarono. Quel racconto, però, non convinse gli investigatori, i quali, scavando più a fondo, cominciarono a sospettare che il sequestro fosse stato in realtà una macchinazione orchestrata dalla stessa denunciante. È da questo primo filone d'inchiesta, che ipotizzava la simulazione di un reato, che gli accertamenti sono poi approdati a una scoperta ancor più inquietante, legata all'attività quotidiana dei centri antiviolenza da lei gestiti.
Prescrizioni illegali e un business sulla pelle delle vittime
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, la donna, pur non essendo iscritta all'albo professionale, avrebbe esercitato abusivamente la professione di psicologa all'interno delle strutture. Non si sarebbe limitata a colloqui di supporto, ma avrebbe addirittura prescritto farmaci a donne vulnerabili che si rivolgevano ai centri in cerca di aiuto, spacciandosi per una terapeuta qualificata. Questa condotta, che configura il reato di esercizio abusivo di professione, ha fornito il presupposto per l'applicazione della misura cautelare del sequestro preventivo, volta a impedire il protrarsi di attività potenzialmente pericolose per la salute pubblica. Gli immobili sequestrati, dunque, non sono solo connessi a un'indagine penale, ma rappresentano i luoghi fisici dove si sarebbero consumati questi illeciti, in uno stravolgimento totale della missione che un centro antiviolenza dovrebbe perseguire.
La doppia vita di un'associazione tra Calabria e Irpinia
L'operazione ha evidenziato una struttura operativa ramificata, con la sede legale a Reggio Calabria e immobili utilizzati per le attività in Alta Irpinia, nella provincia di Avellino. Questo doppio binario ha reso necessaria un'azione coordinata tra le due Squadre mobili, che hanno eseguito i sequestri nelle rispettive province di competenza. Il provvedimento del giudice colpisce così l'intera organizzazione, sia nella sua veste giuridica, con il sequestro dell'associazione stessa, che in quella materiale, attraverso il blocco degli spazi che ospitavano i due centri. La vicenda, per come si è delineata finora, solleva interrogativi ampi su come un'attività del genere abbia potuto operare, mettendo in luce la necessità di rigorosi controlli su realtà che, per definizione, dovrebbero essere porti sicuri e specializzati per persone in stato di difficoltà.




