La protesta dei centri antiviolenza finisce assediata dalla polizia
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Redazione Interno
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Un presidio pacifico, organizzato ieri pomeriggio davanti a Palazzo Madama da una rete di attiviste e operatrici dei centri antiviolenza, è stato oggetto di un inspiegabile accerchiamento da parte delle forze dell’ordine. Le donne, una quarantina in tutto, si erano riunite per esprimere preoccupazione mentre in commissione Giustizia al Senato si discuteva il testo base del decreto legge sulla violenza sessuale, il cui iter è stato voluto dalla presidente della commissione, Giulia Bongiorno. La foga con cui gli agenti hanno contenuto il piccolo gruppo, costringendolo letteralmente contro un muro, ha creato un’immagine paradossale e inquietante, laddove la discussione in aula riguardava proprio la tutela dei corpi e della libertà femminile.
La sparizione del "consenso" dal testo di legge
Il cuore della protesta, e della polemica politica, risiede nelle modifiche apportate al provvedimento. Il testo adottato come base, grazie a un colpo di mano della maggioranza, ha infatti eliminato ogni riferimento esplicito al principio del «consenso libero e attuale», concetto cardine della Convenzione di Istanbul che l’Italia ha ratificato anni fa. Al suo posto, il disegno di legge introduce la nozione di «volontà contraria», uno slittamento lessicale e giuridico che molte esperte considerano un pericoloso passo indietro. Quel cambiamento, che alcuni definiscono un tradimento della battaglia contro gli stupri, è avvenuto nonostante un aumento delle pene, concesso dopo le vive proteste delle opposizioni in aula. Il nodo, tuttavia, rimane quello della definizione del reato, che rischia di rendere più ardua, per non dire impossibile, la prova della violenza subita.
Il clima repressivo aleggia sulla manifestazione
A gravare sulla scena, oltre alla discussione parlamentare, era l’ombra di un altro provvedimento, quello sulla sicurezza recentemente convertito in legge e in attesa di ulteriori inasprimenti. Quel decreto, che amplia i poteri di intervento delle forze dell’ordine in contesti di ordine pubblico, sembrava trovare una sua applicazione precoce e sproporzionata contro una manifestazione di dimensioni modeste e dal carattere del tutto pacifico. Alcune di loro hanno tentato di snodarsi in corteo verso corso Rinascimento, ma il tentativo è stato immediatamente bloccato, generando momenti di tensione fisica e verbale. La scelta di dispiegare un tale spiegamento di forze per un gruppo così esiguo ha sollevato interrogativi sulle direttive operative e sul clima politico che le determina.
Un patto che si incrina tra istituzioni e società civile
L’episodio di ieri pomeriggio non è un fatto isolato, ma si inserisce in una serie di azioni che vedono la rete dei centri antiviolenza, da mesi in allarme per possibili tagli ai finanziamenti, prendere sempre più le distanze dall’esecutivo. Quella stessa rete che, anni fa, costruì un know-how fondamentale nella lotta alla violenza di genere e che oggi si vede marginalizzata nel dibattito su una legge che la riguarda direttamente. La sensazione, tra le manifestanti assediate, era che a essere messo sotto controllo non fosse semplicemente l’ordine pubblico, ma il diritto stesso alla dissenso e alla critica civile, soprattutto quando questa proviene dalle voci più esperte e competenti in materia. Il muro contro cui sono state spinte simbolicamente rappresenta l’ostacolo che incontra oggi una certa idea di protezione delle donne, basata sull’autodeterminazione e sulla chiarezza giuridica, di fronte a un cambiamento legislativo che molti giudicano ambiguo e insufficiente.




