Orban accoglie Netanyahu e annuncia il ritiro dell’Ungheria dalla Corte penale internazionale
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Redazione Esteri
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Mentre Benjamin Netanyahu metteva piede a Budapest, il governo ungherese rendeva nota la decisione di abbandonare la Corte penale internazionale, definendola un "tribunale politico". Gergely Gulyás, capo di gabinetto del premier Viktor Orbán, ha dichiarato che l’esecutivo avvierà formalmente la procedura di recesso già da giovedì, rispettando sia il quadro costituzionale nazionale che gli obblighi internazionali. Una mossa che, sebbene anticipata, assume un significato particolare nel momento in cui il leader israeliano – oggetto di un mandato di arresto emesso dalla Cpi – viene ricevuto con toni trionfali dall’alleato ungherese.
Netanyahu, da parte sua, non ha esitato a elogiare quella che ha chiamato una "scelta coraggiosa" contro un’istituzione "corrotta". Rivolgendosi a Orbán durante una conferenza stampa congiunta, ha sottolineato come il gesto di Budapest abbia un valore che trascende i confini nazionali: "È una questione che riguarda tutte le democrazie", ha affermato, senza entrare nel merito delle accuse che lo vedono coinvolto. Intanto, il premier ungherese ha ribadito le ragioni del passo compiuto, ricordando di essere stato lui stesso, vent’anni fa, a firmare l’adesione allo Statuto di Roma. "Ora quell’organismo non è più ciò per cui era nato", ha sostenuto, accusando la Corte di aver strumentalizzato il diritto internazionale.
L’incontro tra i due, caratterizzato da toni cordiali, ha offerto a Orbán l’occasione per ribadire il suo sostegno incondizionato a Israele. "Benvenuto nel posto più sicuro d’Europa", ha scritto su X, accompagnando il messaggio con immagini della visita. Un’affermazione che suona come una provocazione verso la Cpi, la quale continua a chiedere l’arresto di Netanyahu per presunti crimini di guerra. Ma al di là delle dichiarazioni di facciata, ciò che emerge è una convergenza sempre più stretta tra due leader accomunati da una visione critica verso le istituzioni sovranazionali, accusate di interferire con la sovranità degli Stati.




