Netanyahu in Ungheria tra raid su Gaza e sfida alla Corte penale internazionale
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Redazione Esteri
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Mentre i raid israeliani sulla Striscia di Gaza causavano, secondo fonti locali, almeno 112 vittime giovedì, il primo ministro Benjamin Netanyahu ha scelto Budapest come prima tappa europea dopo il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale (Cpi). Una mossa che, più che una semplice visita diplomatica, appare come una sfida aperta all’organo giudiziario, già definito "corrotto" dal leader israeliano.
Accolto da Viktor Orbán con un abbraccio e parole di sostegno – "Budapest è il luogo più sicuro d’Europa" ha twittato il premier ungherese – Netanyahu ha elogiato la decisione dell’Ungheria di ritirarsi dalla Cpi, definendola "coraggiosa e di principio". Una presa di posizione che rafforza l’alleanza tra i due governi, nonostante le critiche internazionali. La Corte, dal canto suo, ha ribadito la validità del mandato, ricordando che l’arresto resta un obbligo legale per gli Stati membri.
Intanto, la guerra nel Medioriente – che coinvolge ormai Libano, Siria, Iran e Yemen – entra nel suo 545esimo giorno, con Gaza ancora al centro degli attacchi. Le operazioni militari israeliane continuano senza sosta, mentre il bilancio delle vittime palestinesi, secondo i media locali, non smette di salire. Quella che era iniziata come una risposta agli attacchi di Hamas si è trasformata in un conflitto sempre più ampio, le cui conseguenze si ripercuotono sull’intera regione.
Quanto alla Cpi, il cui ruolo è indagare su crimini di guerra e contro l’umanità, la sua autorità viene oggi messa in discussione non solo da Netanyahu, ma anche da un alleato europeo come l’Ungheria. Se il ritiro di Budapest dall’organismo richiederà tempo – complici le procedure legali – il gesto ha comunque un valore simbolico, rafforzando l’isolamento di un’istituzione già spesso accusata di inefficacia.




