Netanyahu applaude Orbán per l'addio alla Corte penale internazionale, tra accuse e calcoli politici

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   BruxellesViktor Orbán, il premier ungherese noto per le sue posizioni controcorrente, ha scelto di ritirare il suo Paese dalla Corte penale internazionale (Cpi), definendola un organismo politicizzato. Una mossa che ha trovato l’immediato sostegno di Benjamin Netanyahu, il leader israeliano attualmente sotto mandato d’arresto dello stesso tribunale dell’Aja, il quale non ha esitato a definirla "coraggiosa e di principio".

L’annuncio è arrivato ieri, 3 aprile, durante la visita di Stato di Netanyahu a Budapest, dove è stato accolto con tutti gli onori nonostante le accuse di crimini di guerra e contro l’umanità che pesano sul suo capo. Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International, non ha usato mezzi termini: "Orbán sta dando rifugio a un ricercato dalla Cpi", ha dichiarato, sottolineando come l’Ungheria, in quanto stato membro, avrebbe potuto – se non dovuto – eseguire il mandato.

La decisione ungherese, che diventerà effettiva solo tra un anno, non è isolata nel contesto geopolitico. Netanyahu, del resto, ha già dimostrato di saper trasformare le critiche in opportunità. Poche ore dopo l’incontro con Orbán, Israele ha annunciato l’abolizione dei dazi su una serie di prodotti statunitensi, un gesto che, seppur formalmente scollegato, sembra rispondere a una logica di alleanze strategiche.

Intanto, il viaggio del premier israeliano in Ungheria – che include anche una tappa al memoriale dell’Olocausto sulle rive del Danubio, in ricordo delle oltre 400.000 vittime ungheresi deportate ad Auschwitz – si inserisce in un momento delicato. A Gaza, la guerra prosegue tra sofferenze e condanne internazionali, mentre in Israele le pressioni interne crescono, tra scandali giudiziari e malcontento per la gestione del conflitto.

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