Budapest fa dietrofront su Netanyahu: «Se entra in Ungheria, va arrestato»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Sono bastate poche settimane dal voto che ha spazzato via sedici anni di potere per assistere a una delle inversioni di rotta più significative sul fronte della giustizia internazionale. Peter Magyar, il nuovo primo ministro designato dall’Ungheria – che si appresta a insediarsi tra il 9 e il 10 maggio -7-10 – ha scelto una conferenza stampa per mettere nero su bianco la posizione del futuro esecutivo: il mandato di cattura spiccato dalla Corte penale internazionale (Cpi) nei confronti di Benjamin Netanyahu, lo si ricordi, risale ormai al novembre del 2024 e riguarda presunti crimini di guerra e contro l’umanità commessi nella Striscia di Gaza -2, verrà rispettato. «Se una persona ricercata dalla Corte entra nel nostro territorio, deve essere presa in custodia», ha dichiarato Magyar senza lasciare spazio a interpretazioni -1, aggiungendo di averlo chiarito direttamente anche al diretto interessato nel corso di una conversazione telefonica avvenuta nei giorni scorsi. Un’affermazione che, tradotta in termini pratici, significa una cosa sola: se il premier israeliano accettasse l’invito a Budapest per le celebrazioni del settantesimo anniversario della rivolta antisovietica del 1956 -8, si troverebbe di fronte a un dilemma giuridico di portata storica.

L’addio alla “democrazia illiberale” e il congelamento dell’addio all’Aia

Per comprendere la portata della frattura bisogna ricordare il contesto che Magyar ha ereditato. Il governo uscente di Viktor Orbán, strenuo alleato di Netanyahu, aveva infatti avviato le pratiche per il recesso dallo statuto di Roma subito dopo l’arrivo del mandato di cattura. Quando il leader israeliano fece tappa a Budapest nell’aprile del 2025, trovò non solo un’accoglienza trionfale ma anche la garanzia personale del premier uscente che non sarebbe stato eseguito alcun arresto, una scelta blindata dall’annuncio dell’addio alla Cpi. Quel processo di uscita, secondo quanto previsto dalle norme del tribunale internazionale, richiede un anno per diventare effettivo e sarebbe dovuto scadere proprio il 2 giugno di quest’anno. Ecco perché la tempistica delle dichiarazioni di Magyar non è affatto casuale: il nuovo governo ha intenzione di stoppare la procedura prima dello scadere del termine, riportando di fatto l’Ungheria nel novero dei paesi membri (e quindi vincolati agli obblighi di cattura) senza bisogno di una nuova adesione formale.

Un principio generale che travolge l’eccezione Netanyahu

Magyar, che guida il partito Tisza e ha costruito la campagna elettorale sul ritorno a una politica estera più prevedibile e allineata agli standard europei, ha però tenuto a sottolineare che non si tratta di una ritorsione mirata contro Israele. «Credo che se un Paese è membro della Corte penale internazionale e una persona ricercata dalla Corte entra nel nostro territorio, allora quella persona deve essere arrestata». Un principio generale che, per quanto esposto in termini astratti, va a impattare direttamente sulla figura del primo ministro israeliano. L’invito formale a partecipare alle celebrazioni dell’ottobre 2026 era già stato trasmesso, e Magyar non lo ha ritirato; si è limitato a ricordare, con una punta di ironia istituzionale, che «non è necessario spiegare tutto al telefono, presumo che ogni capo di Stato e di governo conosca queste leggi». Una frase che lascia intendere come il destino di un eventuale viaggio sia ora esclusivamente nelle mani di Netanyahu, chiamato a scegliere se mettere piede in un territorio dove i pubblici ufficiali avrebbero l’obbligo formale di eseguire il fermo.

Le crepe nel fronte europeo e la solitudine dell’alleato ungherese

La presa di posizione della futura maggioranza di Budapest si inserisce in un quadro europeo ancora profondamente frammentato. Se è vero che i 124 membri della Cpi sono teoricamente vincolati al rispetto dei mandati, la prassi degli ultimi mesi ha dimostrato come molti governi abbiano cercato delle scappatoie. Parigi, per esempio, ha invocato l’articolo 98 dello statuto per sostenere che l’arresto di un capo di governo straniero sarebbe incompatibile con gli accordi bilaterali sulle immunità diplomatiche. Anche Roma e Berlino, ai tempi del governo Scholz, avevano fatto sapere di non poter immaginare un’esecuzione forzata del mandato sul proprio suolo. In questo contesto di incertezze e distinguo, l’Ungheria di Magyar si propone quindi come il primo paese membro dell’Unione a dichiarare in modo esplicito e senza condizioni la propria disponibilità a trasformare il mandato della Cpi in un atto concreto, anche a costo di innescare una crisi diplomatica con uno degli alleati più potenti del Medio Oriente.

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