Ranucci e Lavitola, i retroscena della telefonata e le nuove carte dell'inchiesta sull’attentato di Pomezia
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Redazione Interno
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La notte del 16 ottobre 2025, davanti alla villetta di Sigfrido Ranucci a Pomezia, un ordigno esplode senza ferire il giornalista ma squarciando la sua vita privata e professionale. Da quel momento, le indagini si sono concentrate su una figura chiave, Valter Lavitola, che nelle scorse settimane è stato raggiunto da un’informazione di garanzia per il suo presunto ruolo di mandante dell’attentato.
L’inchiesta coordinata dalla procura di Velletri ha restituito un quadro composito, dove le conversazioni intercettate tra i due, registrate dai carabinieri del Nucleo investigativo, si rivelano decisive per comprendere il rapporto ambiguo che legava la vittima a colui che oggi è ufficialmente indagato.
Al momento, nessuna accusa è stata formalmente elevata nei confronti di Ranucci, che rimane parte offesa; tuttavia, alcune carte giudiziarie, depositate dagli inquirenti, raccontano di una dinamica fatta di avvertimenti, incontri riservati e domande rimaste senza risposta, che hanno spinto gli investigatori a scavare più a fondo nella psiche e nelle mosse di entrambi, per determinare se il conduttore di Report fosse stato realmente all’oscuro delle intenzioni di Lavitola o se, viceversa, avesse avuto sentori ben prima di quella notte di ottobre.
L’irritazione del giornalista e i venti minuti di conversazione intercettata
A poche ore dalla perquisizione eseguita nell’abitazione dell’ex direttore dell’Avanti, i due uomini si sono intrattenuti in una lunga telefonata della durata di circa due ore e mezza, ma solo una ventina di minuti sono stati ritenuti rilevanti dagli inquirenti: il resto è sembrato un dialogo interlocutorio o comunque poco utile ai fini delle indagini.
Durante quella frazione di conversazione, Lavitola appare teso e cerca con insistenza di capire se le forze dell’ordine abbiano già raccolto elementi concreti a suo carico, ma soprattutto tenta di sondare il grado di consapevolezza di Ranucci, che nel frattempo era già stato ascoltato come testimone dai magistrati.
L’irritazione del conduttore, intercettata quasi in presa diretta, emerge quando l’amico comincia a essere formalmente indagato; una frase restituita dalle trascrizioni è particolarmente eloquente: «Cercassero quel Corrado», ha detto Ranucci, riferendosi a un altro nome che, secondo il giornalista, avrebbe potuto essere più facilmente associato alla vicenda.
La telefonata si configura, quindi, come un momento cruciale in cui la vittima esprime una certa insofferenza verso le ipotesi investigative che incominciano a gravare su Lavitola, quasi a voler spostare l’attenzione su altri soggetti, mentre il faccendiere cerca di orientarsi nel labirinto giudiziario che si sta aprendo attorno a lui, consapevole che l’intercettazione potrebbe diventare una prova preziosa o un boomerang.
Il ruolo di Valter Lavitola e l’avvertimento del 7 settembre
La strategia difensiva di Lavitola, affidata agli avvocati Sergio e Arturo Cola, ruota intorno a un assunto che è stato presentato ai cronisti al termine di un colloquio a Rebibbia: «Noi riteniamo che Lavitola avvisò Ranucci sul rischio di attentati prima di quanto avvenuto il 16 ottobre scorso». Questa affermazione, rilasciata con una certa enfasi, punta a ridisegnare il profilo del faccendiere, presentandolo non come un mandante occulto, ma come una sorta di informatore che aveva previsto la possibilità di un gesto estremo.
I legali hanno citato un incontro avvenuto il 7 settembre, cioè un mese e mezzo prima dello scoppio, durante il quale Lavitola avrebbe messo in guardia il conduttore di Report, fornendogli dettagli che oggi gli investigatori stanno cercando di verificare attraverso tabulati, testimonianze e ulteriori intercettazioni ambientali.
Tuttavia, il dato che emerge dalle carte è complesso: se da un lato l’avvertimento potrebbe essere interpretato come un tentativo di discolparsi, dall’altro la procura di Velletri sta valutando se quell’incontro non fosse piuttosto un passaggio obbligato per creare un alibi o, peggio, per saggiare la reazione di Ranucci a una minaccia che Lavitola stesso aveva contribuito a orchestrare.
Nessuna prova definitiva, al momento, ha scalfito lo status di parte offesa del giornalista, ma la sequenza degli eventi – l’incontro del 7 settembre, la telefonata dopo la perquisizione e l’irritazione palesata da Ranucci – ha fornito agli inquirenti una traiettoria psicologica da approfondire, soprattutto alla luce della complessa relazione personale che legava i due uomini da tempo.
L’intercettazione del 5 luglio: gli incubi di Lavitola e il timore della galera
Ben prima dello scoppio della bomba, Lavitola aveva già manifestato un’ansia crescente legata all’evoluzione delle indagini. I carabinieri del Nucleo investigativo hanno intercettato una conversazione con un’amica brasiliana, risalente al 5 luglio scorso, in cui il faccendiere, poche ore dopo essere stato perquisito, si lascia andare a previsioni cupe: «Se sarò in galera, sarà difficile per me tener d’occhio le cose. Stanotte proverò a fare ancora qualcosa. Ovvio che mercoledì mattina verrò interrogato e se mi arrestano, come penso, spero di no, ovvio, mi arresteranno mercoledì mattina presto».
Queste parole, cariche di una tensione che appare quasi profetica alla luce degli avvenimenti successivi, evidenziano come Lavitola sapesse di muoversi su un terreno minato e avesse già calcolato le possibili ripercussioni giudiziarie delle sue azioni. Gli inquirenti hanno letto questa intercettazione come la spia di una consapevolezza anticipata: Lavitola non temeva solo per la propria posizione, ma sembrava anche preoccupato che la sua rete di relazioni potesse sgretolarsi, con danni collaterali che avrebbero potuto investire Ranucci e altri soggetti ancora non identificati.
La menzione di una «prova» da fare durante la notte ha alimentato ulteriormente i sospetti, tanto che la procura ha disposto accertamenti tecnici per verificare se quell’affermazione potesse riferirsi a un contatto o a un’azione preparatoria legata all’attentato, anche se finora non è emerso alcun riscontro concreto in tal senso. Resta, comunque, una traccia investigativa che testimonia il clima di attesa e di terrore sotterraneo che circondava Lavitola, già diversi mesi prima del blitz di Pomezia.
Le accuse, la manipolazione e la posizione di Ranucci nelle carte giudiziarie
Parliamoci chiaro: fino a oggi tecnicamente nessuna accusa è stata formulata dalla magistratura nei confronti di Sigfrido Ranucci; il Gip ha escluso elementi che dimostrino un accordo con Lavitola sull’ordigno piazzato quella sera, e le carte giudiziarie lo descrivono come vittima di una manipolazione, più che come compartecipe di un disegno criminoso.
Tuttavia, il fatto che il conduttore di Report abbia avuto scambi telefonici e incontri riservati con l’indagato principale continua a generare interrogativi, alimentando un dibattito che, però, al momento non ha prodotto alcun riscontro probatorio a suo carico. I legali di Ranucci hanno ribadito la piena estraneità del loro assistito, sottolineando anzi come proprio la telefonata intercettata dimostri un’evidente distanza emotiva e una certa delusione nei confronti di Lavitola, quando il giornalista si è reso conto della piega che stavano prendendo le indagini.
Gli inquirenti, dal canto loro, stanno vagliando con attenzione i contenuti delle conversazioni per capire se vi siano elementi per configurare eventuali responsabilità omissive, anche se allo stato attuale la procura di Velletri ha concentrato l’attenzione esclusivamente sulla figura di Lavitola, considerato il mandante materiale e organizzativo dell’attentato.
Il fascicolo resta aperto e aperte restano anche le piste relative a possibili complici, ma l’impianto accusatorio, al momento, non scalfisce la posizione di Ranucci, che continua a essere ascoltato come persona offesa e non come indagato, in attesa che gli accertamenti sui reperti e sulle celle telefoniche forniscano ulteriori elementi per ricostruire con certezza la filiera di comando che ha portato all’esplosione.
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