“Lascio il mio ruolo, ma il riferimento è il gruppo, non l’esterno”: la resa (e la stoccata) di Barelli a Montecitorio
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Redazione Interno
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L’ufficialità è arrivata al termine di una giornata che, nelle pieghe dei corridoi di Montecitorio, sembrava già scritta. Paolo Barelli, presidente del gruppo di Forza Italia alla Camera, ha annunciato che lascerà l’incarico. Lo fa con una nota formale, a poche ore di distanza da un passaggio a Palazzo Chigi dove, quasi a voler marcare il proprio dissenso rispetto a una narrazione già consolidata, aveva dichiarato ai cronisti: “Non mi sono dimesso”. Una precisazione, quella rilasciata all’ingresso del governo, che sa di ultimo atto di un orgoglio ferito prima dell’inevitabile passo indietro. Perché se il rito della successione è ormai avviato – l’assemblea dei deputati è convocata per domani sera, martedì 14 aprile, alle 20 – il ragionamento politico che ne deriva, per l’ex fedelissimo e ora ex capogruppo, è tutto giocato su una distinzione sottile ma cruciale: il mandato ricevuto dai parlamentari non può essere deciso da “chi sta fuori”.
La convocazione e il metodo: un’eredità contesa
Nella nota diffusa nella tarda serata, Barelli ha messo nero su bianco la sua versione dei fatti: “Ho convocato l’assemblea del gruppo parlamentare di Forza Italia alla Camera per domani sera. In quella sede, considerando conclusa la mia esperienza di presidente, formulerò una proposta per la successione a questo incarico”. L’agenda, quindi, è segnata. Tuttavia, è nel preambolo di questa decisione – e soprattutto nelle dichiarazioni che l’hanno preceduta – che si annida il vero scossone politico. Solo poche ore prima, uscendo dal vertice a Palazzo Chigi (dove ha chiarito di essersi recato per questioni sanitarie e non per vedere la premier), Barelli aveva infatti rivolto una frase che molti, internamente, hanno letto come una frecciata indirizzata ai piani alti di Cologno Monzese. “Normalmente i partiti si guidano dall’interno”, ha detto, “loro [la famiglia Berlusconi] hanno un amore, un affetto scontato per il partito, che è carne della loro carne, frutto del lavoro del grande padre, quindi è ovvio che si interessino. Dopodiché c’è la quotidianità e bisogna starci dentro”.
Con queste parole, l’azzurro non solo ha preso le distanze dalle pressioni esterne – quelle che lo hanno portato a cedere la poltrona – ma ha anche rivendicato la legittimità della sua posizione attuale. Il suo riferimento, ha scandito, è il gruppo che rappresenta: “Io sono stato eletto dai parlamentari. Erano 44 alle elezioni, ora siamo 54. Dieci in più, che è oltre il 25% di incremento”. Un dato, questo, usato da Barelli per dimostrare che il consenso interno alla sua leadership, lungi dall’essere tramontato, era anzi cresciuto sotto la sua gestione.
Il post-referendum e la scossa di Cologno
L’addio di Barelli non è un fulmine a ciel sereno, ma piuttosto il secondo atto di una riorganizzazione interna che ha preso il via dopo la sconfitta referendaria sul tema della giustizia. Se al Senato era già toccato a Maurizio Gasparri, sostituito da Stefania Craxi, alla Camera era inevitabile che il ricambio colpisse il vertice del gruppo. La regia di questa operazione, secondo le indiscrezioni di stampa, porta la firma del vertice di Cologno Monzese, dove nei giorni scorsi Antonio Tajani si è incontrato con Marina e Pier Silvio Berlusconi. L’obiettivo dichiarato era portare “volti nuovi” e rinfrescare l’immagine del partito, con l’obiettivo di superare le difficoltà emerse dopo il flop elettorale. Barelli, nella sua replica garbata ma ferma, ha però voluto ricordare che il partito, secondo la sua visione, non può essere “guidato” solo dall’esterno: “Mi ha indicato Silvio Berlusconi, presidente del partito, e sono stato eletto dai parlamentari”, ha ribadito, quasi a voler mettere in guardia da un eccesso di ingerenza da parte della holding di famiglia.
La sua uscita, che verrà ratificata dall’assemblea, lascia quindi un vuoto che molti analisti danno già per colmato dal nome di Enrico Costa. L’ex esponente di Azione, rientrato nell’orbita azzurra, sarebbe il profilo prescelto per assicurare quella discontinuità richiesta dai vertici. Barelli, dal canto suo, ha voluto smorzare i toni riguardo alla rivalità con Costa, ricordando di averlo portato lui stesso nel partito e definendolo “un amico”, presidente di una piccola federazione sportiva – la Pallapugno – proprio per ironizzare sulla questione delle incompatibilità con il suo ruolo alla Federnuoto. “Andiamo tutti in piscina a nuotare, che fa bene alla salute”, ha scherzato ai cronisti, congedandosi con un sorriso che cela la polvere di una battaglia interna persa.
Un sostegno a Meloni che resta in piedi
Nonostante la bordata ai suoi “dirigenti” e la rimozione dalla poltrona, Barelli ha tenuto a ribadire un punto fermo: la sua fedeltà all’esecutivo. Nella nota ufficiale, così come a voce, ha specificato che è sua “ferma intenzione continuare con la stessa intensità il mio impegno politico e il mio sostegno al governo guidato da Giorgia Meloni”. Una dichiarazione, questa, che serve a tranquillizzare l’alleato di maggioranza: il rimpasto interno a Forza Italia, per quanto traumatico, non intacca la stabilità dell’asse di centrodestra. Tuttavia, la stoccata sull’anomalia di un partito “guidato dall’esterno” rischia di lasciare il segno, alimentando quel dibattito, mai sopito, sul ruolo della dinastia Berlusconi in una forza politica che cerca di reinventarsi dopo la scomparsa del suo fondatore. Per ora, l’unica data certa resta quella dell’assemblea di domani: lì, tra mozioni e voti, si scriverà il primo capitolo del dopo-Barelli.




