Forza Italia, Barelli si arrende alla realpolitik di Cologno: “I partiti si guidano da dentro”
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Redazione Interno
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La resa, si sa, è un atto formale che spesso cela una trattativa già consumata. Paolo Barelli, capogruppo di Forza Italia alla Camera, ha scelto la via delle dimissioni, ma non senza aver prima acceso una miccia destinata a lasciare il segno nel ventre del partito. Dopo giorni di “massacro” – come lo definiscono i suoi fedelissimi – l’annuncio è arrivato attraverso una nota secca: l’assemblea dei deputati è stata convocata per domani sera, e in quella sede, “considerando conclusa la mia esperienza di presidente”, lo stesso Barelli formulerà una proposta per la successione. Una resa, quella dell’ex presidente dei deputati azzurri, che sa più di atto dovuto che di spontanea generosità, considerando che il suo destino era stato già segnato nei saloni blindati di Cologno Monzese.
Non è un caso, del resto, che la sua uscita di scena sia stata accompagnata da una frecciata precisa, quasi chirurgica, lanciata in direzione di Marina e Pier Silvio Berlusconi. Intercettato dai cronisti mentre lasciava Palazzo Chigi – dove ha precisato di non aver incontrato la premier Giorgia Meloni, ma solo funzionari per questioni sanitarie – Barelli ha risposto con una frase che suona come un testamento politico: “Normalmente i partiti si guidano dall’interno”. Un’affermazione che pesa come un macigno, soprattutto se letta alla luce delle ultime settimane. I figli del fondatore, ha aggiunto il deputato, hanno “un amore scontato per il partito, che è carne della loro carne”, eppure “c’è la quotidianità, e bisogna starci dentro”. In pratica, una stoccata a chi – pur essendo legittimato dal sangue – decide le sorti del movimento senza sedersi sugli scranni di Montecitorio.
La resa dei conti e il ruolo della famiglia
Questa transizione forzata rappresenta l’atto conclusivo di un repulisti iniziato settimane fa con l’allontanamento di Maurizio Gasparri al Senato (sostituito da Stefania Craxi) e proseguito con l’azzeramento della vecchia guardia. La richiesta di rinnovamento, esplicitata dagli eredi del Cavaliere dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia, non ammetteva deroghe. Per Barelli, fedelissimo di Antonio Tajani e uomo simbolo di una certa romanità del partito, lo spazio si è ridotto all’osso. Nonostante l’incremento numerico del gruppo – passato da 44 a 54 parlamentari, un dato che lui ha rivendicato con orgoglio – la sua testa è finita sul patibolo. “Morto un Papa se ne fa un altro”, ha commentato con un proverbio l’ormai ex capogruppo, ribadendo però con forza un concetto: a lui non ha dimesso nessuno, e le famose “firme” per una rimozione non esistono.
Per evitare che il “massacro” si trasformasse in una lacerazione insanabile, la macchina organizzativa del partito ha già predisposto il cerimoniale della successione. Il nome che circola con insistenza da giorni, e che dovrebbe essere ratificato nella riunione di domani sera alle 20 nella Sala Colletti, è quello di Enrico Costa. Uomo di estrazione riformista, transitato anche per esperienze in Azione, Costa rappresenta la sintesi voluta da Marina Berlusconi per traghettare Forza Italia verso una fase meno dipendente dalle vecchie cacicche parlamentari. Per Tajani, che pure ha visto riconfermata la fiducia della famiglia dopo un vertice lampo di quattro ore a Cologno, la sfida è ora quella di tenere insieme le macerie: se da un lato si cerca di piazzare Barelli in qualche casella disponibile (magari in un governo che si appresta a un rimpasto tecnico), dall’altro bisogna evitare che i 54 deputati si ribellino a una nomina percepita come “calata dall’alto”.
La normale amministrazione di un cambio di guardia
Barelli, intanto, gioca la carta della dignità ferita. Pur avendo convocato l’assemblea per formalizzare il passo indietro, ha tenuto a precisare che continuerà a lavorare con la stessa intensità, sia in politica che nella sua amatissima Federnuoto. “Non c’è nessuna necessità di dimettermi da presidente della Federazione”, ha risposto a chi gli chiedeva di un eventuale incarico governativo in cambio dell’addio. Una presa di posizione che serve a smentire le voci di un sottosegretario come merce di scambio. Ma la politica, si sa, è fatta anche di questi silenzi. Mentre si attende l’ufficializzazione di Costa – prevista per martedì – il partito cerca di archiviare la pratica Barelli come un atto dovuto di “ricambio fisiologico”.
Il vero banco di prova, per il partito fondato da Silvio Berlusconi, non sarà però la sostituzione di un capogruppo. Come scrive il Giornale, il nodo più intricato resta quello dei congressi regionali, dove la tensione tra le correnti rischia di esplodere ben prima delle prossime Politiche. In questo senso, l’addio di Barelli è solo il primo atto di una ristrutturazione più ampia voluta dalla famiglia, che intende ridare linfa a un movimento uscito provato dalla competizione referendaria. “È mia ferma intenzione continuare a sostenere il governo Meloni”, ha concluso Barelli nella sua nota. Una dichiarazione di fedeltà che, letta tra le righe, suona come un avvertimento a chi, dall’esterno, pensa di poter fare a meno della sua base parlamentare.




