Forza Italia, il vertice di Cologno e l’ipotesi Costa per la Camera: la famiglia detta l’agenda

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non è Roma, né tanto meno la sede nazionale di via dell’Umiltà, il luogo che ospita le scelte decisive per il futuro del gruppo azzurro. La scossa, prevedibile ma non per questo meno dirompente nelle sue implicazioni organizzative, arriva da Cologno Monzese, dove Marina e Pier Silvio Berlusconi hanno riconvocato il segretario Antonio Tajani. Alla presenza del fido Gianni Letta – il quale, nonostante l’età ormai molto avanzata, rimane il collante insostituibile tra la memoria storica del fondatore e le esigenze di una famiglia che intende amministrare un’eredità ingombrante – si è svolto un vertice durato oltre quattro ore, volto a ridisegnare gli assetti del partito a partire dai suoi vertici parlamentari.

Se il dibattito pubblico si era concentrato finora sul malumore per la sconfitta referendaria, il fulcro dell’incontro è squisitamente organizzativo: la sostituzione del capogruppo alla Camera Paolo Barelli. Secondo quanto filtrato, l’uomo indicato da Tajani per prendere il testimone sarebbe Enrico Costa, una figura che però spacca in due i parlamentari di Montecitorio. La candidatura del monregalese, ex esponente di Azione e del Nuovo Centrodestra prima del rientro nell’ovile azzurro, trova il placet del ministro degli Esteri ma sembra non entusiasmare del tutto i vertici dell’azienda di famiglia, i quali avrebbero preferito un profilo diverso come quello di Giorgio Mulè.

Un partito dentro l’azienda: la “normalizzazione” secondo i Berlusconi

C’è chi, nei corridoi del Transatlantico, ha storto il naso di fronte alla geografia del potere: la decisione su chi guiderà i deputati si prende negli studi televisivi di Cologno, e non in Parlamento. Un fatto, questo, che la cronaca politica registra ormai da decenni senza però smettere di sottolinearne l’anomalia strutturale, quella che trasforma Forza Italia in un bene patrimoniale gestito direttamente dalla capogruppo di Fininvest.

L’incontro non si è limitato ai nomi. Tajani ha dovuto ascoltare le indicazioni sulla necessità di svecchiare la classe dirigente, un pressing che i figli del Cavaliere esercitano con crescente intensità dopo l’insuccesso sul referendum della giustizia. Ed è proprio in questo contesto che si inserisce il ruolo di Danilo Pellegrino, amministratore delegato di Fininvest, il quale – secondo quanto si apprende – avrebbe avviato una vera e propria attività di “scouting”, visionando curricula per portare “facce nuove” nel partito, quasi fosse una selezione del personale per una divisione aziendale.

Il nodo Barelli e la mediazione parlamentare

L’attuale capogruppo Paolo Barelli, considerato un fedelissimo di Tajani, appare ormai destinato a lasciare la guida dei deputati. Per lui si prospetta una casella nel sottogoverno, ipotesi che però si scontra con le difficoltà tecniche legate agli incarichi già ricoperti dal diretto interessato. Intorno a questo avvicendamento, però, cresce la tensione tra i parlamentari: molti di loro contestano a Enrico Costa un passato politico giudicato altalenante, ricordando il suo peregrinare tra partiti prima di tornare tra le fila azzurre.

Nonostante la nota ufficiale diffusa al termine del vertice parli di “piena fiducia” nel segretario e di una “visione condivisa”, i fatti raccontano di un Tajani costretto a fare i conti con una proprietà che non intende delegare le leve del comando. La sede scelta per l’incontro – l’azienda, non la politica – ha rappresentato un messaggio visivo preciso, quasi una messa in scena per ricordare a tutti dove risiede realmente l’ultima parola sulle sorti del movimento fondato da Silvio Berlusconi.

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