Fi, il vertice di Cologno smorza le tensioni: Costa verso la guida dei deputati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La lunga vigilia di attesa, fatta di telefonate concitate e malumori crescenti tra i banchi di Montecitorio, si è chiusa con una fumata grigia che, però, puzza di tregua armata. Oltre quattro ore di riunione – un vertice fiume, per usare la definizione classica del gergo politico – si sono rivelate necessarie ieri negli uffici Mediaset di Cologno Monzese per ricucire lo strappo che rischiava di lacerare Forza Italia. A presiedere il faccia a faccia, carico di significati logistici non secondari, c’erano Antonio Tajani da una parte e i figli del fondatore, Marina e Pier Silvio Berlusconi, dall’altra; con loro, a fare da collante quasi istituzionale in questa delicatissima fase di transizione, l’inossidabile Gianni Letta e il manager Danilo Pellegrino, quest’ultimo a testimoniare come la governance aziendale e quella politica siano ormai un binario unico per il Biscione. L’obiettivo dichiarato – ribadito con forza da una nota ufficiale al termine del confronto – è stato quello di “rinnovare la fiducia” nel segretario Tajani, ma è nelle pieghe delle trattative, lontano dai flash dei fotografi, che si cela la vera sostanza dell’accordo.

L’effetto domino su Barelli e la soluzione Costa

Il nodo più spinoso, quello che ha bruciato le tappe di un rimpasto annunciato da tempo, riguardava la successione di Paolo Barelli. L’attuale capogruppo, figura storica del partito e fedelissimo del segretario, era finito nel mirino degli eredi dopo la débâcle referendaria e una gestione ritenuta ormai “romanocentrica”. La sua rimozione – che verrà ratificata dall’assemblea dei deputati tra martedì e mercoledì – era nell’aria da settimane, ma a scatenare la fibrillazione degli ultimi giorni è stato il nome del sostituto. Secondo quanto trapela dalle fonti parlamentari, l’uomo individuato per spegnere gli incendi è Enrico Costa, un profilo che alcuni, nel partito, faticano a digerire proprio per la sua lunga navigazione in acque altrui (Ncd e Azione, per capirci) prima del rientro nella “casa madre”. Costa, tuttavia, rappresenta una classica soluzione all’italiana: è il punto di mediazione che consente a Marina e Pier Silvio di non imporre un proprio candidato di ferro (come sarebbe stato Giorgio Mulè) ma nemmeno di lasciare campo libero alla vecchia guardia. Per Barelli, che dovrà lasciare l’incarico con un applauso e senza passare dal conteggio dei voti, si sta studiando una exit strategy dignitosa, forse un sottosegretariato, sempre che la presidenza della Federnuoto non crei incompatibilità burocratiche insormontabili.

Lo stop ai congressi e il metodo Berlusconi

Se la partita dei nomi sembra avviata a soluzione, l’altro grande tema sul piatto riguarda la vita stessa del partito: i congressi locali. Antonio Tajani li voleva come strumento per blindare la sua leadership attraverso la sfida delle tessere, un’operazione trasparente che però rischiava di trasformarsi in un bagno di sangue interno, esponendo il partito a faide infinite in Regioni calde come Campania, Sicilia e Lombardia. La famiglia Berlusconi, con la consueta pragmaticità, ha messo un freno. Non uno stop secco, che avrebbe umiliato il segretario, ma una “diluizione”: si faranno i congressi, sì, ma solo dove c’è unità di intenti e sotto una regia condivisa che impedisca la resa dei conti. Addirittura, il congresso nazionale potrebbe slittare in là, forse addirittura dopo le prossime politiche, per evitare che la lotta per la leadership consumi energie preziose in vista delle scadenze elettorali. È un modo, questo, per tenere Tajani sulla corda: la fiducia gli è stata rinnovata, ma i tempi e i modi del suo eventuale rafforzamento passano ora al vaglio di Cologno Monzese.

L’asse con Meloni e il futuro del partito

Sullo sfondo di questa riorganizzazione, che ha il sapore di un vero e proprio cambio di passo nella gestione del partito, si muove l’ombra lunga di Palazzo Chigi. Le fonti azzurre sono state chiare nel ribadire un punto fermo: nonostante i rimescolamenti interni, nessuno avallerà “inciuci” ai danni di Giorgia Meloni. L’alleanza di governo resta solida, o almeno è questa la linea che Tajani ha portato a Cologno e che i vertici di Mediaset hanno accolto senza obiezioni. L’incontro, descritto come improntato a “grande amicizia e cordialità”, ha servito a ridisegnare i pesi interni senza mettere in discussione l’architettura dell’esecutivo. Il nuovo corso, insomma, sarà caratterizzato da un coinvolgimento diretto e più massiccio degli eredi del Cavaliere, i quali da oggi in poi intendono vigilare con attenzione sulla gestione della macchina organizzativa, a partire proprio dalla scelta dei coordinatori regionali. La riunione fiume non ha prodotto una scossa tellurica, ma una lenta e inesorabile erosione del vecchio status quo, sostituito da un equilibrio dove i Berlusconi tornano a fare da parafulmine e da arbitri.

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