Vertice fiume a Cologno, Tajani esce ridimensionato: su Costa e congressi decide la famiglia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Quattro ore e mezza di riunione, un ingresso a mezzogiorno e un’uscita ben oltre le sedici, eppure nessun comunicato stampa congiunto a suggellare l’intesa. Questo il clima del faccia a faccia che si è tenuto nella sede Mediaset di Cologno Monzese, dove il segretario di Forza Italia Antonio Tajani ha incontrato Marina e Pier Silvio Berlusconi. Ad assistere al confronto, che fonti vicine alla famiglia definiscono “molto positivo” ma non risolutivo, c’erano anche Gianni Letta – il quale, con la sua consueta regia silenziosa, resta il collante delle crisi azzurre – e l’amministratore delegato di Fininvest, Danilo Pellegrino. Sul tavolo, un ordine del giorno che è una vera e propria polveriera: dalla successione di Paolo Barelli alla Camera fino al caos dei congressi regionali, senza dimenticare le tensioni sulle nomine nelle società partecipate e lo stallo in commissione di Vigilanza Rai. Ne è venuta fuori la fotografia di una leadership, quella di Tajani, che appare sempre più “pro tempore” e subordinata al volere di Arcore.

L’enigma Costa e la resa dei conti sul nome

Il nodo più spinoso rimane quello del prossimo capogruppo alla Camera, un ruolo che Paolo Barelli – fedelissimo del segretario – dovrà lasciare. La soluzione spunta dai conciliaboli parlamentari, ed è amara per una parte del partito: il prescelto sarebbe Enrico Costa, un profilo che però porta con sé un’eredità politica ingombrante. Costa, va ricordato, è stato eletto nel 2022 nelle liste del Terzo polo di Carlo Calenda, approdando in Forza Italia solo successivamente. Ma non è solo questione di “transfughismo”: il curriculum politico di Costa annovera anche lo strappo del 2013, quando abbandonò il Pdl di Silvio Berlusconi per seguire Angelino Alfano nel Nuovo Centrodestra. Tra i banchi azzurri monta una frustrazione palpabile, e molti deputati storici storcono il naso di fronte a quello che considerano un premio a chi il fondatore lo ha tradito. Secondo quanto trapela, se si andasse alla conta tra i papabili (tra cui Giorgio Mulè, Deborah Bergamini e Ugo Cappellacci), Tajani rischierebbe di perderla. Eppure, alla fine del vertice, è stato il nome di Costa a incassare l’imprimatur della famiglia, una vittoria di Pirro che costa cara al segretario, costretto a “ingovernare” un boccone amaro pur di tenere in piedi il governo.

Il giallo delle tessere e la fronda dei territori

C’è poi il capitolo congressi, che sta rivelando un meccanismo di potere tanto rocambolesco quanto poco trasparente. Forza Italia vanta ufficialmente circa 250 mila iscritti, un numero simile a quello di Fratelli d’Italia, ma con un dato che stride: alle urne, i voti reali del partito di Tajani sono meno della metà di quelli raccolti da Giorgia Meloni. Nei corridoi si sussurra di tesserati “pigri” o, peggio, di una macchina organizzativa che tiene in vita il partito più sulla carta che nella sostanza. Questa anomalia è al centro della guerra interna per i congressi regionali. La fronda degli anti-Tajani chiede a gran voce il commissariamento in almeno cinque regioni (si citano Sicilia, Sardegna, Campania, Puglia e Lombardia), dove le correnti temono che il voto interno sia già scritto e blindato dai “signori delle tessere”. Dall’altra parte, Tajani tenta di imporre un’accelerata per blindare la sua leadership, ma la sua strategia si è scontrata con il veto della famiglia Berlusconi. L’ordine, filtrato dal vertice di Cologno, è di rinviare i congressi più caldi e procedere con cautela, una sconfessione pubblica che il segretario ha dovuto incassare pur di non far esplodere la maggioranza.

Il ruolo di Cirio e la regia occulta di Letta

Per smussare gli spigoli più taglienti, si affida la mediazione ad Alberto Cirio, governatore del Piemonte e figura di raccordo tra le due sponde del partito. Cirio, che gode della fiducia sia di Tajani (col quale è cresciuto politicamente in Europa) sia di Marina Berlusconi, è stato incaricato di preparare un dossier che divida le regioni in due liste: quelle dove si può votare subito (Piemonte, Veneto, Lazio) e quelle dove l’aria è troppo esplosiva per procedere. L’incontro tra Cirio e Marina Berlusconi, previsto nei giorni immediatamente successivi al vertice, servirà a stabilire il calendario definitivo, ma è già chiaro che la parola finale spetta alla famiglia. Nel frattempo, Gianni Letta – nonostante l’età avanzata – tesse la sua tela per ricomporre i cocci, lavorando a una soluzione che salvi la faccia a tutti. Si mormora, per Barelli, di un possibile scambio con un posto da sottosegretario o un ruolo istituzionale minore, pur di liberare la poltrona per Costa. Una girandola di poltrone che non fa che confermare la fragilità di un partito che, privo del suo fondatore, fatica a trovare una linea politica coerente.

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