Tajani e i Berlusconi siglano la (fragile) tregua di Cologno Monzese

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il luogo prescelto, gli uffici di Mediaset a Cologno Monzese, la dice lunga sulla natura del potere in casa azzurra. Non una sede di partito né una struttura istituzionale, bensì il quartier generale dell’impero televisivo di famiglia è stato il teatro del vertice fiume che, per oltre quattro ore – dalle tredici fino al tardo pomeriggio – ha visto faccia a faccia Antonio Tajani con Marina e Pier Silvio Berlusconi. Presenti al tavolo, a fungere da collante e da eterno mediatore, l’immancabile Gianni Letta insieme all’amministratore delegato di Fininvest, Danilo Pellegrino. Se la nota ufficiale, diffusa al termine della maratona, parla di «clima di grande amicizia e cordialità» e di «visione unitaria e condivisa per il rilancio del movimento», le voci che filtrano dai corridoi del partito raccontano una realtà più sfumata, fatta di pesanti discussioni sulla strategia futura e di un sostanziale stallo operativo.

Il rimpasto annunciato e il nodo Barelli

La pressione esercitata dai figli del fondatore, che rivendicano un ruolo di indirizzo strategico senza però scendere personalmente in campo, si è fatta sentire soprattutto sul fronte dei gruppi parlamentari. Dopo l’avvicendamento al Senato – dove Maurizio Gasparri ha lasciato il passo a Stefania Craxi in seguito a una lettera firmata da quattordici senatori – l’attenzione si è spostata tutta su Montecitorio. Il fedelissimo di Tajani, Paolo Barelli, appare ormai destinato a lasciare la guida dei deputati azzurri. Per lui si profila una exit strategy che potrebbe tradursi in un incarico governativo, magari uno dei cinque posti da sottosegretario attualmente vacanti nell’esecutivo, oppure in un ruolo istituzionale di rilievo. Sul successore, il nome che circola con maggiore insistenza è quello di Enrico Costa, considerato una figura di equilibrio e gradito sia al segretario che alla famiglia; a contrastarlo, però, c’è la sua provenienza politica (ex Ncd e Azione) e l’eventuale sbilanciamento delle poltrone verso la regione Piemonte. Nelle due "rose" di candidati messe sul piatto compaiono anche il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, il portavoce Raffaele Nevi, Pietro Pittalis, Deborah Bergamini e Ugo Cappellacci.

La resa dei conti sui congressi e il rinvio nazionale

Se la sostituzione del capogruppo rappresenta la questione più immediata, il vero pomo della discordia riguarda i tempi e le modalità della stagione congressuale. L’ala più tradizionalista del partito, guidata dal vicesegretario Roberto Occhiuto, preme per uno slittamento delle assise locali dopo le prossime elezioni politiche, per evitare che Forza Italia si trasformi in un «partito delle tessere» dominato dalla conta organizzativa. Dall’altro lato, Tajani vorrebbe invece accelerare per dare gambe al rinnovamento. L’accordo trovato a Cologno, stando a quanto si apprende, sembra orientato verso una soluzione di compromesso: niente stop definitivo, ma una diluizione del cronoprogramma. I congressi regionali e provinciali si faranno, ma sotto la regia unitaria del vertice, mentre quello nazionale è stato congelato e molto probabilmente verrà rinviato a dopo le Politiche del 2027 per scongiurare una resa dei conti che potrebbe lacerare il partito alla vigilia delle elezioni.

L’ipoteca Mediaset e la fase 2 del partito

Al di là dei nomi e dei calendari, ciò che emerge con chiarezza dal vertice di Cologno è la riconfigurazione degli equilibri interni. La scelta di riunirsi nella sede dell’azienda televisiva – piuttosto che a Palazzo Chigi o al ministero degli Esteri – conferma l’ipoteca che Marina e Pier Silvio esercitano ormai stabilmente sulla creatura paterna. Non si tratta di un commissariamento, visto che la fiducia in Tajani è stata ribadita, ma di una verifica politica a tutto campo. L’onda d’urto del referendum sulla giustizia, perso malamente nonostante fosse la bandiera della legislatura, ha lasciato il segno. I sondaggi che indicano un elettore su quattro in rotta di collisione con le indicazioni del partito hanno impresso un'accelerazione a un processo di riassetto che era già iniziato dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi. Tajani, pur uscendo rafforzato dalla riunione, incassa un chiaro messaggio: il cambiamento non è più rinviabile, ma dovrà avvenire sotto lo sguardo vigile degli eredi.

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