Il lungo pomeriggio di Cologno: Tajani dai Berlusconi, la tregua armata e il dopo Barelli

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Redazione Interno Redazione Interno   -   C’è voluto un vertice di oltre quattro ore – iniziato a ora di pranzo e conclusosi a tarda sera negli studi Mediaset di Cologno Monzese – per cercare di ricomporre le crepe che attraversano Forza Italia, un partito che, dopo la scomparsa del fondatore, fatica a trovare un equilibrio stabile tra la leadership formale del segretario Antonio Tajani e la proprietà rappresentata da Marina e Pier Silvio Berlusconi. A differenza di altri incontri, caratterizzati da saluti e abbracci davanti ai cronisti, questa volta Tajani è uscito dal quartier generale del Biscione direttamente nel garage, quasi a sottolineare la natura riservata, e forse sofferta, di una discussione che ha messo sul tavolo nodi cruciali: dal nome del nuovo capogruppo alla Camera in sostituzione di Paolo Barelli alla gestione delle crisi interne, passando per lo stallo in commissione di vigilanza Rai.

La resa dei conti sul gruppo parlamentare e la ricerca di un volto nuovo

Il vero pomo della discordia, quello che ha tenuto chiusi in una stanza il vicepremier, Gianni Letta (novantun anni e ancora perno silenzioso della mediazione), e l’amministratore delegato di Fininvest Danilo Pellegrino, è rappresentato dal ricambio generazionale ai vertici dei gruppi parlamentari. Se al Senato il passaggio da Maurizio Gasparri a Stefania Craxi è già stato archiviato, alla Camera lo scenario appare più accidentato. La famiglia Berlusconi, attraverso le fonti vicine al dossier, ha fatto sapere che il nome del successore – che giri voce essere Enrico Costa, ex esponente di Azione rientrato in Forza Italia nel 2024 – dovrà comunque essere individuato da Tajani, purché rappresenti una discontinuità netta rispetto alla stagione di Paolo Barelli, considerato ormai il simbolo di una gestione ritenuta troppo lenta e poco innovativa.

La situazione è talmente fluida che, nonostante le dichiarazioni ufficiali di “rinnovata fiducia” nel segretario, il clima percepito dagli addetti ai lavori è quello di una “tregua armata”. Non si è arrivati a una rottura, ma la richiesta di volti nuovi e affidabili – capace di intercettare i voti moderati e garantire una linea liberale che differenzi il partito da Lega e Fratelli d’Italia – è stata posta con chiarezza. Il rischio di una spaccatura interna è concreto: alcuni deputati, specialmente quelli legati alla vecchia guardia, guardano con sospetto all’ipotesi Costa, memori della sua parentesi politica lontano dal simbolo azzurro, e per questo Tajani starebbe procedendo con cautela, sondando il polso del gruppo prima di formalizzare l’avvicendamento.

Il congresso dei congressi e la gestione del territorio

Parallelamente alla battaglia sui nomi romani, a Cologno si è discusso del futuro organizzativo del partito, in particolare del nodo dei congressi regionali. L’intesa raggiunta, se così può essere definita, prevede di modulare la stagione congressuale, rinviando le assise laddove il partito appare lacerato – Campania, Sicilia, Puglia e Lombardia su tutte – e procedendo solo dove esiste già una visione unitaria. Questa soluzione, fortemente voluta da una parte della dirigenza per evitare una resa dei conti che potrebbe rivelarsi prematura e distruttiva in vista delle prossime scadenze elettorali, di fatto congela le ambizioni di chi, come il governatore della Calabria Roberto Occhiuto, chiedeva una “scossa” immediata, magari anticipando i tempi del rinnovo.

In questo scacchiere, la figura di Gianni Letta si conferma indispensabile più che mai. È lui a fare da collante tra l’anima aziendale della famiglia Berlusconi – che guarda ai costi e all’immagine del partito come a un’azienda da rilanciare – e la realpolitik di Tajani, costretto a fare i conti con le correnti e le fedeltà personali all’interno di Montecitorio. La sua presenza, costante in questi summit, è la prova che, nonostante le dichiarazioni di facciata, la transizione interna è ancora in alto mare.

Le nomine, il sottogoverno e la vigilanza Rai congelata

Se il nome di Costa appare in pole per la Camera, resta da risolvere la posizione di Paolo Barelli, che difficilmente verrà lasciato senza un “porto di mare”. Tra le ipotesi circolate con insistenza – sebbene non siano state prese decisioni ufficiali durante il vertice – c’è quella di un suo possibile approdo nel governo, magari per coprire una delle caselle vacanti nel sottogoverno, oppure la presidenza di una commissione parlamentare importante. Tuttavia, fonti qualificate hanno sottolineato che le decisioni non possono essere imposte da Cologno, ma devono passare attraverso gli organi deputati del partito: un modo per ribadire che, sebbene la famiglia abbia dato un’indicazione di marcia precisa, l’autonomia formale del segretario va rispettata.

Un altro tema caldo, rimasto sullo sfondo ma non per questo meno urgente, riguarda lo stallo della commissione di vigilanza Rai, bloccata da tempo a causa della mancata intesa politica sulla presidenza. Sebbene l’incontro fosse principalmente focalizzato sugli assetti interni, la discussione ha toccato inevitabilmente anche le nomine nelle società partecipate, un terreno sul quale i Berlusconi hanno dimostrato di voler mantenere un controllo stretto. Il risultato, al netto dei comunicati trionfali diffusi a caldo da alcuni uffici stampa, è un partito che trattiene il fiato: non una scissione, ma nemmeno una pace vera. Solo un rinvio, una pausa di riflessione in attesa che il calendario e gli eventi – magari un rimpasto di governo – sciolgano i nodi che quattro ore di colloqui non sono riuscite a tagliare.

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