Un vertice fiume a Cologno Monzese ridisegna i confini del potere in Forza Italia, tra una tregua armata e l’ombra lunga di Gianni Letta

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono bastate poco più di quattro ore, trascorse in un’ala della sede Mediaset blindata da ogni contatto con l’esterno, per restituire l’immagine di un partito – Forza Italia – che, nonostante le rassicurazioni di facciata, arranca tra la necessità di un rinnovamento e la sostanziale immobilità della sua vecchia guardia. Antonio Tajani, segretario nazionale, è entrato a Cologno Monzese con l’odore di una pranzo diplomatico addosso; ne è uscito, ben oltre l’orario canonico del pasto, con un pugno di promesse e un carico di paletti ben piantati dai vertici della famiglia Berlusconi. Al tavolo, a fare gli onori di casa, c’erano Marina e Pier Silvio, affiancati da quel Gianni Letta che, a novantun’anni compiuti, continua a essere il perno silenzioso attorno al quale girano le decisioni più spinose, e dall’amministratore delegato di Fininvest, Danilo Pellegrino. Sul piatto, una discussione a tutto campo che ha lambito la politica estera per poi insistere sui temi più strettamente domestici: il dopo Paolo Barelli alla Camera, la gestione (e il rinvio) dei congressi regionali, e persino lo stallo che paralizza la commissione di vigilanza Rai.

Il nodo Barelli e l’ascesa (congelata) di Enrico Costa

La questione più urgente, quella che ha acceso il dibattito già nei giorni precedenti il vertice, riguarda la sostituzione di Paolo Barelli alla guida dei deputati azzurri. Un fedelissimo di Tajani, il cui destino appare ormai segnato dalla volontà di Cologno di imprimere una sterzata netta. Secondo le ricostruzioni filtrate da fonti parlamentari qualificate, l’intesa di massima per il nuovo nome ci sarebbe anche: Enrico Costa, ex esponente di Azione rientrato in Forza Italia nel 2024, sarebbe in pole position per ereditare la poltrona. La sua figura, percepita come più tecnica e garantista, piace a Marina Berlusconi che lo vede come l’uomo adatto a intercettare quel voto moderato che il partito sta faticosamente cercando di riconquistare.

Tuttavia, la mancata ufficializzazione subito dopo l’incontro tradisce una fragilità di fondo. Costa, eletto con un’altra lista nel 2022, non gode della piena fiducia dell’intero gruppo parlamentare; molti dei suoi colleghi storcono il naso di fronte a chi ha lasciato il partito per poi fare ritorno. Per questo, la sostituzione a freddo rischierebbe di aprire una voragine interna. Così, l’unica soluzione concreta emersa dal vertice è una sorta di “tregua operativa”: Tajani ha incassato la fiducia formale dei fratelli Berlusconi, ma ha dovuto accettare che la transizione sia gestita con le pinze. A Barelli dovrà essere trovata una sistemazione dignitosa, forse in un ente pubblico o in un ruolo minore del governo, prima che Costa possa entrare in scena.

La strategia dei congressi: uno stop imposto da Arcore

Se sul nome del capogruppo si cerca una mediazione, sulla partita dei congressi la linea dettata dai Berlusconi è apparsa netta e inappellabile. La “proprietà”, come viene chiamata ormai con una terminologia aziendale che non lascia spazio a dubbi, ha imposto un rallentamento. I congressi regionali, che Tajani avrebbe voluto come volano per blindare la sua leadership e ringiovanire i quadri, saranno o rinviati a dopo le prossime elezioni politiche o, nella migliore delle ipotesi, diluiti in un arco temporale così lungo da renderli innocui nel breve periodo. L’obiettivo dichiarato – anche se mai pronunciato esplicitamente – è impedire che il partito si logori in faide interne per il controllo delle tessere in un momento in cui il governo Meloni appare fragile dopo lo choc referendario.

Questa linea, che nelle intenzioni mira a preservare l’unità, rischia di trasformarsi in una camicia di forza per Tajani. Il segretario, eletto per traghettare Forza Italia nell’era post-Berlusconi, si ritrova con le mani legate: da una parte la necessità di mostrare un’autonomia che non ha, dall’altra la realtà di un partito in cui il baricentro decisionale si è spostato stabilmente verso Milano. La presenza costante di Gianni Letta, in questo contesto, non è un dettaglio di contorno. Lui, che del vecchio presidente fu il factotum, continua a tessere la tela, a limare gli angoli, a far digerire ai parlamentari le decisioni che arrivano da Cologno. Letta è il garante di una transizione che non vuole strappi ma che, al tempo stesso, segna la fine della fase in cui il segretario godeva di piena autonomia.

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