Salvini: «Riaprire al gas russo a conflitto terminato». Escluso un piano per il razionamento di carburante

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La tregua in Medio Oriente, quella che ha appena riportato un precario equilibrio nella regione dove si incrociano rotte petrolifere vitali, rappresenta per Matteo Salvini non solo un’opportunità diplomatica ma anche l’occasione per rivedere i listini alla pompa. Il vicepremier e ministro dei Trasporti, intervenuto nella sede della Stampa estera a Roma, ha voluto tracciare una linea netta tra la contingenza dei mercati – quelli che reagiscono con ferocia agli attacchi e con altrettanta rapidità alle distensioni – e le scelte strategiche di medio periodo. «È chiaro che il costo dei carburanti è direttamente legato a quello che accade in Medio Oriente», ha dichiaro, gettando poi un ponte ideale verso un futuro post-conflittuale. È in questo contesto, va detto, che il leader della Lega ha riacceso il dibattito sul gasdotto proveniente dalla Russia: l’apertura, quella sì, solo a guerra terminata, senza se e senza ma, ma comunque netta nella sua formulazione politica.

Il meccanismo dei prezzi e la vigilanza della Guardia di finanza

Salvini ha voluto mettere i riflettori su una disparità – a suo dire inaccettabile – che da sempre accompagna l’andamento del greggio. «Come le compagnie sono molto rapide in caso di aumento del costo del petrolio ad aumentare i prezzi alla pompa», ha argomentato, «mi auguro che, visto il crollo di queste ore del prezzo al barile, ci sia un’altrettanta diminuzione alla pompa». Nessuna minaccia, ma un avvertimento chiaro, che l’esecutivo intende tradurre in atti concreti. Per questo il ministro ha annunciato l’impiego di tutti gli strumenti a disposizione della Guardia di finanza, con l’obiettivo dichiarato – quasi un’aspettativa, ha detto – di stroncare qualsiasi tentativo speculativo. «Mi aspetto nelle prossime ore un calo dei prezzi», ha ribadito, facendo leva sulla tregua che ha allentato la tensione sullo stretto di Hormuz, quel punto nevralgico da cui passa una fetta considerevole degli idrocarburi mondiali.

Nessun piano per il razionamento, esclusa la chiusura di scuole e fabbriche

A fronte delle preoccupazioni che avevano iniziato a circolare negli ambienti economici – qualcuno paventava misure drastiche simili a quelle viste durante la crisi energetica del 2022 – Salvini ha voluto chiudere la partita con un secco “no”. «Non c’è allo studio nessun piano sul razionamento di carburante, né sulla chiusura di scuole, uffici, fabbriche e negozi», ha precisato nel corso della stessa conferenza stampa. Una presa di posizione, questa, che arriva dopo giorni di voci incontrollate, alimentate forse dalla fragilità degli equilibri internazionali. Interrogato direttamente se il razionamento fosse da escludere del tutto, il vicepremier non ha lasciato spazio a dubbi: «Sì, in questo momento non voglio neanche prenderlo in considerazione». Parole che, tradotte nella pratica, significano un’opposizione netta a qualsiasi forma di contingentamento, perlomeno allo stadio attuale degli eventi.

La tregua in Iran e la catena delle attese

Tutto il ragionamento di Salvini ruota attorno a un perno: la distensione in Medio Oriente, e in particolare la tregua che coinvolge l’Iran, deve tradursi in un beneficio immediato per i consumatori italiani. Il ministro ha dichiarato di aver sentito i colleghi Giorgetti e Urso, a riprova di una concertazione governativa che cerca di tenere sotto controllo una variabile – quella energetica – storicamente esposta a scatti d’ira geopolitici. Nessuno studio sulla chiusura dello stretto di Hormuz, ha aggiunto, e nessun allarmismo ingiustificato. Piuttosto, l’attenzione si concentra sulla velocità con cui le riduzioni dei listini internazionali verranno scaricate sui cartelli dei distributori. E su quel punto, la fiducia del ministro è tutta riposta negli occhi delle Fiamme gialle.

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