Il Giro cade ancora, paura e polemiche in Bulgaria: Yates e la Uae travolti dal caos
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Redazione Sport
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Appena quarantotto ore, e il Giro d’Italia 2026 ha già mostrato il suo volto più crudele. Dopo una prima frazione già segnata da scivolamenti e tensione, è stata la seconda tappa, la lunga Burgas-Veliko Tarnovo di 221 chilometri, a trasformarsi in un vero e proprio massacro sportivo. A ventitré chilometri dal traguardo – quando ormai il gruppo, lanciato a velocità vicine ai sessanta all’ora, affrontava una discesa tecnica sotto un asfalto ancora semibagnato dopo le piogge delle ore precedenti – un improvviso capitombolo collettivo ha riscritto la classifica e, per alcuni, l’intera stagione.
Una scia di sangue e feriti lungo i guard-rail bulgari
La dinamica, per quanto confusa, restituisce l’idea di un incidente inevitabile. Una curva, una chiazza d’umidità residua, poi il primo contatto e la reazione a catena: una decina di corridori del plotone guidato dalla Uae Emirates è finita letteralmente sui guard-rail. Tra i nomi emersi dai referti della carambola figurano Zambanini, Gee, Buitrago, Morgado, Vine, Kelderman, Turconi, Strong, Smith, Hamilton, Shaw e Vendrame. E poi Adam Yates, il britannico della scuderia di segno emiratino, rialzatosi con il volto insanguinato e le fattezze sfigurate da una maschera di sangue. Le immagini, quelle sì, parlano da sole: eloquenti senza bisogno di didascalie, mostrano un uomo che prova a rimettersi in sella mentre il naftalina del primo soccorso gli tampona le ferite.
Le due facce della Bulgaria: palcoscenico suggestivo e asfalto insidioso
La tappa, pensata per esaltare le asperità dei Balcani, ha invece premiato l’incertezza. Il terreno viscido ha fatto il resto, esaltando quel nervosismo di inizio corsa che trasforma ogni curva in un azzardo. Non si tratta della prima caduta massiccia in questa edizione, e il dato preoccupa non tanto per la sua eccezionalità – nel ciclismo si rischia la pelle, lo si sa – quanto per la sua ripetitività. Due tappe, due maxi incidenti. Quello di ieri, però, ha avuto conseguenze ben più gravi: Jay Vine e il promettente Soler costretti al ritiro, mentre Yates, dopo essere rientrato in bicicletta con i pantaloni lacerati e la maglia sporca, ha tagliato il traguardo con un passivo di tredici minuti esatti. Un’emorragia cronometrica che per un uomo candidato alla generale equivale a una condanna.
Velocità folle e asfalto bastardo: la miscela che fa paura
Quel che accade lungo i venticinque chilometri finali della frazione bulgara non appartiene al genere dell’imprevisto episodico. È una sintesi (sgradita ma reale) di fattori ricorrenti: discese veloci, guard-rail che non perdonano e una protezione collettiva che, di fatto, non esiste. Quando il gruppo schiaccia l’acceleratore e l’aderenza viene meno, bastano pochi centimetri di strada sporca o umida per innescare una reazione a catena. E i corridori lo sanno, lo mettono in conto, lo accettano come parte del patto. Ciò che non si può mettere in conto, invece, è l’accumulo sistemico di questi pericoli: tratti di strada non messi in sicurezza, segnalazioni tardive, una regolamentazione delle zone ad alto rischio ancora troppo lasca.
Una classifica già ferita, un gruppo sotto esame
Oltre ai danni fisici, la caduta ha prodotto uno sconquasso nella gerarchia della corsa. Yates, che insieme alla sua Uae rappresentava uno dei pilastri della vigilia, esce di scena virtualmente dalla lotta per il rosa. Ma non è solo una questione di secondi persi. È l’intero ecosistema del Giro a subire uno choc: la credibilità della corsa, il senso di sicurezza dei corridori, l’abilità di organizzatori e squadre nel prevenire certi eventi. E intanto i nomi dei caduti si allungano come un bollettino di guerra: ognuno di loro porterà per giorni i segni di quei guard-rail bulgari. Alcuni torneranno in sella, altri no. Quello che resta è un Giro d’Italia già ferito, costretto a ripartire senza alcuni dei suoi interpreti migliori e con una domanda che rimbomba sull’asfalto ancora umido: fino a quando il ciclismo dovrà pagare questo scotto per essere spettacolo?




