Pietracatella, la ricina nel sangue delle vittime: valori 250 volte oltre la soglia letale
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Redazione Interno
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Il verdetto dei laboratori del Centro Antiveleni di Pavia, un istituto diretto dal professor Carlo Alessandro Locatelli che ha condotto una lunga serie di test tossicologici, non lascia più spazio a interpretazioni alternative: Antonella Di Ielsi e la figlia Sara Di Vita, decedute a distanza di poche ore tra il 27 e il 28 dicembre dello scorso anno nell’ospedale Cardarelli di Campobasso, sono state uccise da una dosi massicce di ricina. L’analisi dei campioni ematici, che ha richiesto quasi quattro mesi di lavoro e ha vagliato oltre millecento sostanze diverse prima di arrivare a una conclusione inequivocabile, ha rivelato una concentrazione del veleno pari a 250 volte superiore alla soglia che gli stessi esperti considerano letale per l’essere umano. Una quantità, quella rinvenuta nei corpi della cinquantenne e della quindicenne, che suggerisce agli inquirenti della Procura di Larino non solo la volontà di uccidere, ma anche l’utilizzo di una tecnica di estrazione della tossina (derivante dai semi della pianta di Ricinus communis) che difficilmente potrebbe essere definita artigianale se messa a confronto con i parametri di una preparazione casalinga.
Il menù dell’ultima cena e l’enigma dell’uomo sopravvissuto
Sono alimenti comuni, quelli consumati nel corso della serata del 23 dicembre all’interno dell’abitazione familiare situata a Pietracatella, un piccolo comune in provincia di Campobasso: la giardiniera di verdure, alcuni salumi e delle cozze avanzate dal pranzo di lavoro del ristorante del giorno prima. A ricostruire il menù di quella che si è rivelata essere l’ultima cena per madre e figlia è stato Gianni Di Vita, il padre di famiglia nonché marito della donna, il quale ha sempre sostenuto di essersi sentito male anche lui dopo quel pasto; eppure, a differenza delle due vittime, i suoi esami tossicologici hanno dato esito negativo per la presenza della ricina, un’anomalia che ha alimentato per settimane un alone di ambiguità sulla sua reale esposizione al veleno. Sebbene i carabinieri abbiano acquisito intercettazioni ambientali in cui una dottoressa riferiva alterazzi nei valori della bilirubina (indicatori classici dell’emolisi causata dall’avvelenamento) anche per lui, l’assenza della tossina nel sangue di Di Vita rappresenta una variabile che complica la ricostruzione della dinamica, lasciando aperti interrogativi sulla possibilità che l’uomo abbia ingerito una dose infinitamente più bassa (tanto da essere smaltita dall’organismo prima dei prelievi) o che sia entrato in contatto con la sostanza in modalità diversa dall’ingestione.
La svolta informatica: il telefono della primogenita sotto la lente
Nelle more delle indagini coordinate dalla magistratura, che procede ufficialmente per il reato di duplice omicidio premeditato a carico di ignoti, i riflettori si sono spostati sugli strumenti di comunicazione digitale della famiglia. Gli investigatori della Squadra Mobile hanno infatti eseguito il sequestro del cellulare di Alice Di Vita, la figlia maggiore diciannovenne che quella fatidica sera del 23 dicembre risultava assente da casa (era uscita per mangiare una pizza con amici) e che, pertanto, non ha riportato alcuna conseguenza fisica dall’avvelenamento. Il dispositivo, che verrà sottoposto ad accertamenti tecnici irripetibili nei prossimi giorni con la presenza obbligatoria dei consulenti delle parti, rappresenta un tassello fondamentale per gli inquirenti: al suo interno, e lo ha rivelato la trasmissione "Chi l’ha visto?", non solo verranno analizzate le chat intercorse tra i familiari nei giorni concitati dei malori, ma è stata rinvenuta anche una nota salvata nella memoria del telefono dove vengono dettagliati i menu consumati dalla famiglia tra il 22 e il 25 dicembre.
La pista dell’istituto agrario e i fantasmi del web
Se l’elevatissima concentrazione di veleno suggerisce una mano esperta, l’attenzione degli inquirenti si è concentrata su un’ipotesi concreta relativa alla provenienza della ricina. A poca distanza da Pietracatella sorge l’istitito professionale agrario di Riccia; in quell’edificio, stando a quanto emerso dalle verifiche informatiche, alcuni computer scolastici sarebbero stati utilizzati per effettuare ricerche approfondite proprio sulla ricina e sulle modalità di estrazione della tossina nei mesi antecedenti il decesso. La pianta del ricino, va detto, cresce spontaneamente nelle campagne del Molise, ma per ottenere una polvere concentrata capace di uccidere con una dose pari a pochi semi (si parla di un quantitativo equivalente di circa otto semi iniettato nel cibo) è necessario disporre di attrezzature da laboratorio o di competenze tecniche specifiche che non sono certo comuni. Al momento, i pm stanno cercando di accertare se qualcuno possa aver avuto accesso ai laboratori dell’istituto o se il veleno sia stato acquistato tramite canali occulti (come il dark web), anche se al momento non risultano provati acquisti diretti riconducibili a qualcuno dei soggetti vicini alla vittima.




