Una cena in famiglia, due donne morte e un veleno letale: nel sangue di madre e figlia trovata la ricina, la Procura ipotizza il duplice omicidio
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Redazione Interno
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L’ombra del veleno si allunga sulla tragedia domestica di Pietracatella, il piccolo comune del Molise dove Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia quindicenne Sara Di Vita hanno perso la vita subito dopo le festività natalizie, morendo all’ospedale Cardarelli di Campobasso a poche ore di distanza l’una dall’altra. Quella che inizialmente era stata archiviata come una drammatica intossicazione alimentare, forse causata da cibi avariati o funghi mal conservati, si è trasformata in un’indagine ben più complessa e inquietante: gli esami tossicologici, condotti dal Centro antiveleni Maugeri di Pavia e successivamente validati da laboratori in Svizzera e negli Stati Uniti, hanno infatti rilevato tracce consistenti di ricina nel sangue delle due vittime, una sostanza altamente letale estratta dai semi della pianta di ricino che non ha nulla a che vedere con un banale incidente domestico.
L’ipotesi della premeditazione e l’esclusione del “rilascio lento”
La Procura di Larino, competente per il territorio, ha dunque aperto un fascicolo per duplice omicidio premeditato, al momento contro ignoti, abbandonando la pista dell’errore medico che aveva portato a indagare cinque sanitari dell’ospedale molisano per omicidio colposo. Un dettaglio tecnico, emerso dalle consulenze disposte dalla Squadra mobile di Campobasso, ha fornito agli inquirenti un tassello fondamentale: i consulenti avrebbero escluso categoricamente la possibilità del cosiddetto “rilascio lento” della tossina. In parole povere, madre e figlia non sono state avvelenate con dosi progressive somministrate nell’arco di settimane; al contrario, avrebbero ingerito una quantità massiccia e concentrata di ricina in un arco temporale brevissimo, probabilmente durante un unico pasto. Questo elemento, se da un lato chiarisce la rapidità con cui i sintomi si sono manifestati (vomito, diarrea e collasso degli organi), dall’altro restringe il cerchio delle occasioni in cui il fatale evento si sarebbe potuto consumare.
I tre pasti sotto la lente e l’interrogatorio dei superstiti
L’attenzione degli investigatori, coordinati dalla procuratrice Elvira Antonelli, si è concentrata su tre momenti specifici, tutti consumati nell’agro di Pietracatella tra il 23 e il 24 dicembre: la cena dell’antivigilia nella casa coniugale, il pranzo del 24 dicembre dal nonno paterno e la cena della Vigilia dalla nonna materna. È in queste occasioni, verosimilmente, che qualcuno ha manipolato il cibo o le bevande, sapendo che la tossina (priva di odore e sapore) sarebbe stata letale. Mentre il padre di famiglia, Gianni Di Vita, era stato ricoverato all’ospedale Spallanzani di Roma per sintomi similari (per poi guarire senza tracce di ricina nel sangue), la figlia maggiore diciannovenne, Alice, quella sera si trovava in pizzeria con amici, scampando di fatto al contagio.
Nelle ultime ore il caso ha subito una nuova accelerazione: gli stessi Gianni Di Vita (marito e padre) e la primogenita Alice (figlia e sorella) sono stati convocati in Questura a Campobasso. Per evitare l’assedio dei giornalisti, i due sono stati fatti entrare da un ingresso secondario, rimanendo a disposizione degli inquirenti per essere ascoltati come persone informate sui fatti. Non si tratta di un fermo, né di un’accusa formale, ma di un passaggio doveroso in un’inchiesta che, fino a prova contraria, resta a carico di ignoti. Nei giorni scorsi, del resto, gli uomini della Mobile avevano già sentito una ventina di persone, tra parenti stretti, amici e conoscenti, nel tentativo di ricostruire le dinamiche familiari e i rapporti interni a questo nucleo, spezzato dalla morte improvvisa di due delle sue componenti.
Il veleno dei servizi segreti e le tracce nella casa di famiglia
La ricina, vale la pena ricordarlo, è una sostanza dalla fama sinistra: utilizzata in passato dai servizi segreti del blocco sovietico per liquidare dissidenti in Occidente, è difficilissima da reperire e altrettanto complessa da estrarre nella sua forma pura. Gli inquirenti stanno vagliando l’ipotesi che il killer possa aver contaminato alimenti specifici, magari regali ricevuti dalla famiglia sotto forma di cestini natalizi o confezioni artigianali, oppure che abbia agito direttamente sulle pietanze preparate in casa. L’abitazione di via Risorgimento a Pietracatella è ancora sotto sequestro, e la polizia scientifica si appresta a effettuare un nuovo sopralluogo per cercare tracce residue del veleno o della polvere derivante dalla macerazione dei semi di ricino, l’unico modo per ottenere la tossina senza disporre di un laboratorio chimico avanzato. La Procura mantiene il massimo riserbo, in attesa del deposito delle relazioni autoptiche complete, la cui scadenza è stata prorogata di trenta giorni per consentire accertamenti più approfonditi su un caso che, per la sua efferatezza, sembra uscito dalla trama di un romanzo di spionaggio più che dalla cronaca di un tranquillo paese molisano.




