Il veleno nella cena di Natale a Pietracatella: la ricina che uccise madre e figlia fa scattare l’ipotesi del duplice omicidio premeditato

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Redazione Interno Redazione Interno   -   A distanza di tre mesi esatti da quel Natale che aveva trasformato una tranquilla abitazione di Pietracatella in una scena di dolore, le indagini hanno preso una direzione inaspettata e, per certi versi, agghiacciante. Quella che inizialmente era stata archiviata come una tragica intossicazione alimentare – forse dovuta a pesce avariato o a una contaminazione accidentale – si è rivelata essere l’esecuzione di un disegno criminoso preciso: l’avvelenamento intenzionale di Sara Di Vita, quindicenne, e di sua madre Antonella Di Ielsi, cinquantenne. A confermare la svolta sono stati gli esami tossicologici, eseguiti con il massimo rigore presso il Centro Antiveleni Maugeri di Pavia e successivamente validati anche da laboratori in Svizzera, che hanno rilevato tracce inequivocabili di ricina nel sangue delle due vittime. Una scoperta, quella della presenza di questo potentissimo veleno, che ha costretto la magistratura a rivedere completamente il quadro investigativo, portando all’apertura di un fascicolo per duplice omicidio premeditato, attualmente contro ignoti, e al trasferimento del procedimento per competenza territoriale dalla Procura di Campobasso a quella di Larino.

La ricina, una tossina letale estratta dai semi della pianta di ricino, non lascia scampo nemmeno in dosi minime, e la sua comparsa in un contesto domestico come quello di Pietracatella ha acceso i riflettori su una serie di interrogativi inquietanti. A renderla ancora più sinistra è la sua natura: insapore e inodore, si presta a essere somministrata con una facilità che lascia intendere una conoscenza specifica del mezzo utilizzato, quasi una premeditazione fredda e calcolata che richiama alla mente le trame di celebri serie televisive, dove un personaggio – quello di Walter White in *Breaking Bad* – la utilizzava per i suoi scopi criminali. Gli investigatori, coordinati dalla procuratrice capo di Larino, stanno ora concentrando i loro sforzi nell’abitazione della famiglia Di Vita, che rimane sotto sequestro, per cercare eventuali tracce residue della sostanza: un lavoro certosino, necessario per capire se il veleno sia stato introdotto negli alimenti della cena della vigilia o, come si ipotizza, nel dolcificante o in altri prodotti di uso quotidiano. L’obiettivo è ricostruire i momenti antecedenti a quella tragica serata del 24 dicembre, quando padre, madre e figlia iniziarono a manifestare i primi sintomi, scatenando una corsa disperata che per i sanitari del pronto soccorso del Cardarelli di Campobasso si era inizialmente configurata come una banale reazione a un pasto mal digerito.

Se l’ipotesi dell’omicidio premeditato prende sempre più, non si chiude però immediatamente il capitolo relativo alla condotta dei medici che quella notte visitarono Antonella e Sara. I cinque sanitari – tra cui tre del pronto soccorso e due della guardia medica – restano indagati per omicidio colposo nell’ambito di un primo filone d’inchiesta, quello che ipotizzava un errore diagnostico nel non aver riconosciuto la gravità della situazione e aver rimandato a casa le due donne senza un ricovero immediato. La loro posizione, tuttavia, appare ora destinata a mutare radicalmente alla luce delle ultime scoperte: se la causa del decesso è un avvelenamento volontario, spiega il legale di uno degli indagati, risulta "matematico" che seguendo le linee guida per le intossicazioni alimentari non si potesse ipotizzare un crimine di questa natura. I due fascicoli, pur distinti, sono confluiti in un unico procedimento presso la Procura di Larino, creando un complesso mosaico in cui convivono il sospetto di negligenza professionale e l’efferatezza di un disegno omicida che ha colpito una famiglia in un momento di festa.

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