La corsa alle stablecoin con rendimento e lo scontro tra banche e Casa Bianca per 6.600 miliardi di dollari
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Redazione Economia
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Il sistema bancario statunitense, che per decenni ha goduto di un accesso quasi illimitato a liquidità a costo zero grazie ai conti correnti non remunerati, si trova oggi ad affrontare quella che i suoi stessi dirigenti definiscono una minaccia esistenziale. L’avvento delle stablecoin con rendimento, strumenti digitali ancorati al valore del dollaro ma capaci di offrire tassi d’interesse che oscillano tra il 4% e l’8% annuo, potrebbe innescare un esodo di capitale senza precedenti dalle casseforti tradizionali verso i nuovi wallet digitali. Secondo le stime che circolano negli ambienti finanziari di Washington e che sono state riprese da diversi istituti di credito, la somma potenzialmente a rischio di emigrazione si aggirerebbe intorno ai 6.600 miliardi di dollari, una cifra capace di riscrivere gli equilibri del credito al consumo e alle imprese.
Il meccanismo della remunerazione e il timore del "sistema bancario parallelo"
Il nodo della questione risiede nella natura stessa di questi nuovi strumenti. Le stablecoin, a differenza dei depositi bancari tradizionali, non sono tenute a rispettare i coefficienti patrimoniali e le riserve frazionarie imposte agli istituti di credito. Esse investono le proprie riserve in titoli di Stato americani a breve termine o in prodotti della finanza decentralizzata, redistribuendo poi gli interessi maturati ai possessori del token. I dirigenti di JPMorgan Chase, nelle loro recenti comunicazioni agli analisti, hanno lanciato l'allarme su quella che definiscono la creazione di un "sistema bancario parallelo". Un meccanismo, questo, che replicherebbe le funzioni di un conto deposito—raccogliere liquidità e generare rendimenti—senza però sottostare alle garanzie prudenziali, come l'assicurazione FDIC fino a 250.000 dollari, e ai controlli sviluppati nell'arco di decenni di regolamentazione finanziaria. Se i risparmiatori dovessero massicciamente preferire il wallet digitale al conto corrente, le banche si troverebbero private di una fonte di finanziamento essenziale e sarebbero costrette a rifornirsi di liquidità sul mercato all'ingrosso, con costi maggiori che inevitabilmente si ripercuoterebbero sui tassi applicati a mutui e prestiti.
L'offensiva politica di Trump e il ruolo degli interessi familiari
In questo braccio di ferro finanziario, la politica ha assunto una posizione netta e polarizzante. Donald Trump, tornato alla presidenza, ha rotto gli indugi schierandosi apertamente a fianco dell'industria crypto contro il sistema bancario tradizionale. In un messaggio pubblicato sui suoi canali social, il presidente ha accusato le grandi banche di "ostacolare il nostro potente programma sulle criptovalute" e di difendere un monopolio basato su tassi d'interesse ingiustificatamente bassi per i correntisti. La sua amministrazione spinge per l'approvazione di leggi come il Clarity Act, che fornirebbero un quadro normativo certo per il settore, permettendo di fatto la diffusione delle stablecoin remunerate. A rendere la posizione della Casa Bianca ancora più delicata è il coinvolgimento diretto della famiglia Trump nel settore: Eric Trump, co-fondatore della piattaforma World Liberty Financial che emette la propria stablecoin USD1, ha definito la lobby bancaria "anti-americana" e accusato gli istituti di credito di fare di tutto per "impedire agli americani di ottenere rendimenti più alti sui propri risparmi". Una commistione di ruoli che solleva interrogativi etici e che i democratici al Congresso hanno già cercato di affrontare proponendo emendamenti per vietare ai funzionari eletti di trarre profitto da iniziative crypto.
La mediazione fallita e lo stallo legislativo al Congresso
Nonostante i tentativi di mediazione promossi dalla stessa Casa Bianca, il confronto in sede legislativa rimane in una fase di stallo. Fonti vicine ai negoziati riferiscono di una riunione tenutasi a febbraio durante la quale l'esecutivo aveva proposto un compromesso: consentire i rendimenti sulle stablecoin solo in casi specifici, come i pagamenti peer-to-peer, escludendoli invece per le somme detenute inattive. Se le aziende crypto, tra cui Coinbase, si erano dette disposte ad accettare questa mediazione, le banche l'hanno respinta al mittente, ritenendo che anche questa formulazione limitata possa innescare la tanto temuta fuga dei depositi. L'American Bankers Association ha ribadito in una nota che "i rischi per la crescita economica e la stabilità finanziaria sono reali" e che la soluzione non può essere una semplice toppa normativa. Il rinvio della discussione al Senato, inizialmente prevista per gennaio e poi slittata a data da destinarsi, dimostra quanto sia profonda la spaccatura tra chi vuole preservare il modello di intermediazione tradizionale e chi, invece, spinge per una liberalizzazione del mercato dei depositi in chiave digitale.
Il precedente del collasso e la vulnerabilità strutturale
A gettare ombre sul futuro di questi strumenti non sono solo le proteste delle banche, ma anche i precedenti storici che hanno segnato il settore delle criptovalute. Il caso del marzo 2023, quando la stablecoin USD Coin perse il suo ancoraggio al dollaro scendendo a 0,87 centesimi a causa del fallimento della Silicon Valley Bank presso cui deteneva parte delle riserve, rimane impresso nella memoria degli operatori. Ancora più drammatico fu il collasso, nell'anno precedente, della stablecoin algoritmica TerraUSD, che in pochi giorni bruciò circa 40 miliardi di dollari di valore di mercato, trascinando con sé l'intero ecosistema Terra-Luna. Episodi che dimostrano come la promessa di stabilità e rendimento, se non sorretta da riserve liquide e verificabili e da una supervisione adeguata, possa trasformarsi in una trappola per i risparmiatori. L'industria crypto replica che si tratta di fenomeni legati a una fase embrionale del mercato e che gli attuali prodotti, sostenuti da titoli di Stato, sono intrinsecamente più sicuri. Resta il fatto che l'equiparazione delle stablecoin ai depositi bancari, invocata da alcuni istituti come JPMorgan, richiederebbe un ripensamento complessivo delle tutele e delle regole del gioco, uno scenario che al momento appare lontano da un accordo condiviso sia a livello tecnico che politico.




