Natuzzi annuncia il taglio di 479 posti e la chiusura di due stabilimenti in Puglia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’annuncio, giunto al termine di un incontro al ministero delle Imprese e del Made in Italy, ha gettato nello sconforto i rappresentanti sindacali, i quali non hanno esitato a definire il nuovo piano industriale, che copre il triennio 2026-2028, un programma "lacrime e sangue". La motivazione principale risiede nell'assenza, a loro dire, di qualunque prospettiva di investimento per il futuro, nonostante gli ingenti sostegni pubblici ricevuti in passato. Pasquale Natuzzi, amministratore unico dell’omonima multinazionale dell’arredamento, ha rappresentato l’azienda spiegando le scelte, che si traducono in un pesante ridimensionamento della struttura produttiva nazionale.

La rabbia dei sindacati dopo il tavolo ministeriale

La reazione delle organizzazioni dei lavoratori è stata immediata e durissima, definendo l’operazione una "bassa macelleria sociale". Gigia Bucci, segretaria generale della Cgil Puglia, e Domenico Ficco, della Camera del lavoro metropolitana di Bari, hanno stigmatizzato in una nota congiunta la condotta dell'impresa, la quale, dopo aver "goduto di importanti risorse pubbliche", scaricherebbe sui dipendenti le conseguenze di "scelte manageriali e operazioni finanziarie sbagliate". Un’accusa che trova terreno nella memoria dei recenti finanziamenti statali, uno dei quali, stando alle dichiarazioni dei sindacalisti, ammonterebbe a venticinque milioni di euro.

Il confronto serrato sulle cifre degli aiuti

La tensione durante l’incontro ministeriale è palpabile, come spesso accade in simili vertici che decidono il destino di intere famiglie. Da una parte, l’imprenditore che invoca la morsa dei costi di produzione, sostenendo che questi "stanno ammazzando l’azienda". Dall’altra, i rappresentanti istituzionali e sindacali che contrappongono a quelle giustificazioni il recente trasferimento di fondi pubblici, quantificati in "trenta milioni di euro" nell’ambito di un accordo di programma siglato solo nel 2022, finalizzato proprio a tutelare gli stabilimenti e l’occupazione nelle regioni del Sud. Una divergenza di visioni che rende il confronto aspro e lascia poco spazio alla mediazione.

Le storie personali dietro i numeri degli esuberi

Dietro la fredda cifra dei 479 esuberi si nascondono biografie lavorative di lunga data, come quella di Raffaella Leone, che dallo scorso Natale vede profilarsi un futuro incerto. Assunta come addetta al cucito dal 2002, madre di una studentessa in medicina, la sua vicenda personale esemplifica il dramma collettivo di circa millenovecento colleghi in Italia. Il piano, che prevede la cessazione delle attività in due dei cinque siti produttivi italiani, quelli di Altamura e Santeramo in Colle, in provincia di Bari, non rappresenta solo una riconfigurazione aziendale ma un vero e proprio strappo nel tessuto sociale ed economico di un territorio, il Mezzogiorno, già duramente provato.

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