Verso il referendum, la giustizia e il nodo della separazione delle carriere

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Mancano pochi giorni all’appuntamento con le urne, e gli italiani sono chiamati a esprimersi su un quesito referendario che riguarda un aspetto centrale dell’ordinamento giudiziario: la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e quelli requirenti. Una riforma, questa, che il Parlamento ha già approvato in via definitiva e che ora attende la conferma popolare, in un voto che, è bene ricordarlo, non prevede alcun quorum di partecipazione. Il che significa, tradotto in termini concreti, che l’esito finale dipenderà esclusivamente dal numero di voti favorevoli o contrari, e ogni singola scheda, di conseguenza, acquisirà un peso specifico determinante, superiore a quello che solitamente si registra nelle consultazioni elettorali..

Le ragioni del fronte del no e il monito sull’imparzialità

Tra i costituzionalisti che si sono schierati per il no, emerge con nettezza la voce di Enrico Grosso, presidente onorario del comitato “Giusto dire No”, il quale ha espresso più di una perplessità circa l’impianto della riforma. Grosso, intervenendo a Milano a un incontro dal Titolo “Giustizia e Democrazia – Le ragioni del No”, ha sostanzialmente affermato che la modifica costituzionale rischia di non portare alcun beneficio concreto al sistema giustizia: non gli vengono destinati maggiori risorse economiche, non si affrontano le criticità strutturali che da decenni ne affliggono il funzionamento e, soprattutto, si finisce per minare l’indipendenza e l’autonomia della magistratura. La sua è una critica di metodo e di merito, che punta il dito contro quella che definisce una volontà punitiva nei confronti delle toghe, un tentativo di delegittimazione che nulla avrebbe a che fare con la risoluzione dei problemi atavici dei processi e delle corti italiane. Del resto, l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, come ha recentemente ricordato il Presidente della Repubblica presiedendo il Csm, rappresentano un pilastro fondamentale della nostra architettura costituzionale, un principio che va preservato da qualsiasi tentativo di erosione, anche indiretto.

La posizione dei sostenitori del sì tra efficienza e modelli europei

Sul fronte opposto, i sostenitori del sì, tra i quali figura Luca Marafioti, ordinario di Diritto processuale penale all’Università Roma Tre, ribattono con argomenti che affondano le radici nel diritto comparato e nell’analisi dei modelli processuali europei. Marafioti, e con lui una parte consistente della dottrina, invita a guardare all’esperienza di paesi come il Portogallo, dove la separazione delle carriere è stata introdotta nel 1978, all’indomani della rivoluzione dei garofani, proprio per rompere con il passato autoritario e per garantire una maggiore imparzialità del giudice, il quale non condivide più un percorso di carriera e una comune estrazione con il pubblico ministero. In Portogallo, sostengono i fautori della riforma, l’autonomia del pubblico ministero non solo non ne è uscita indebolita, ma è stata rafforzata, diventando una conquista fondamentale per la democrazia. In questa stessa direzione si è mosso anche il ministro della Difesa Guido Crosetto, il quale, in un intervento video, ha voluto sottolineare come la separazione delle carriere sia un elemento di efficienza presente in ben ventuno dei ventisette paesi dell’Unione europea, domandandosi retoricamente perché mai in Italia dovrebbe rappresentare una minaccia per la democrazia, laddove altrove, in Germania come in Spagna, in Belgio come nei Paesi Bassi, convive pacificamente con Costituzioni liberali e democratiche e con avanzate conquiste sociali.

I rischi per l’autogoverno e il nodo della composizione del Csm

Uno dei punti più delicati del dibattito, e su cui i costituzionalisti del no insistono con maggiore forza, riguarda le sorti del Consiglio Superiore della Magistratura. La riforma, infatti, prevede una profonda revisione dell’organo di autogoverno, con l’introduzione del sorteggio per la componente togata e la sua successiva suddivisione in due distinti consessi, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri. Un meccanismo, questo, che, come spiega Grosso, rischia di spezzare quel legame di rappresentanza e di responsabilità che oggi lega i consiglieri eletti ai magistrati che li hanno votati, esponendo i primi a un minore controllo e i secondi a decisioni potenzialmente più influenzabili da logiche che nulla hanno a che vedere con la terzietà e l’indipendenza. La scelta del sorteggio, a detta di molti, produrrebbe un Csm più debole e frammentato, incapace di opporsi con la necessaria autorevolezza a eventuali pressioni esterne, in particolare quelle provenienti dal potere politico. A ciò si aggiunge la creazione di una nuova Alta Corte disciplinare, i cui componenti togati, anch’essi sorteggiati, potrebbero non essere in grado di garantire quella funzione di protezione e di equilibrio che oggi la sezione disciplinare del Csm assicura nei confronti dei magistrati sottoposti a procedimento.

I nodi irrisolti di un dibattito polarizzato

La campagna referendaria, al di là delle opposte tesi, ha messo in luce la persistenza di questioni antiche e mai completamente sopite nel rapporto tra politica e magistratura. Da una parte, chi sostiene il sì vede nella riforma l’occasione per restituire piena terzietà al giudice, separandolo definitivamente dall’accusa e ponendo fine a una promiscuità di carriere che, in alcuni casi, avrebbe favorito derive correntizie e un eccesso di protagonismo giudiziario. Dall’altra, il fronte del no paventa il rischio concreto di una magistratura giudicante più vulnerabile e di un pubblico ministero che, seppur formalmente autonomo, potrebbe ritrovarsi, di fatto, più esposto a direttive e condizionamenti esterni, perdendo quella capacità di controllo e di contrappeso nei confronti del potere esecutivo che ha rappresentato una delle cifre distintive della stagione post-costituente. Al netto delle diverse sensibilità, resta il fatto che l’elettorato è chiamato a esprimersi su un testo che, al di là delle promesse di efficienza o degli allarmi sul declino delle garanzie, incide in profondità sull’assetto dei poteri dello Stato, in un momento storico in cui la figura del Presidente del Consiglio e il ruolo dell’esecutivo appaiono particolarmente rafforzati. Un nodo, questo, che gli elettori sono chiamati a sciogliere, consapevoli che il loro voto, in assenza di quorum, avrà un’efficacia immediata e senza appello.

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