Il governo dopo il voto, Morvillo attacca: “Nordio deve dimettersi, tardive le scelte di Delmastro e Bartolozzi”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La lunga scia di polemiche che si è trascinata per settimane – alimentata da un dibattito referendario acceso oltre ogni misura – non si è esaurita con la chiusura dei seggi. Anzi, è proprio nel giorno in cui il governo incassa la pesante sconfitta elettorale che emergono, con una nitidezza inedita, i nodi irrisolti all’interno del perimetro della maggioranza e, in particolare, nel ministero della Giustizia. A rompere gli indugi, in un contesto politico già reso incandescente dalle annunciate dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro e della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, è stavolta Alfredo Morvillo. Già procuratore di Trapani, figura di spicco della magistratura e legato da vincoli familiari strettissimi a Giovanni Falcone (ne è cognato, dal momento che sua sorella Francesca, anch’essa magistrata, fu sposata con il giudice ucciso dalla mafia), Morvillo ha condotto in prima linea il comitato palermitano per il No. E dal suo osservatorio privilegiato non esita a spostare il tiro più in alto, individuando in Carlo Nordio il vero destinatario di una responsabilità politica che, a suo giudizio, non può essere elusa.

Le dimissioni di Delmastro e Bartolozzi, un atto dovuto ma in ritardo secondo Morvillo

Il ragionamento di Morvillo parte da un dato che ritiene ormai acclarato: la permanenza in carica del ministro della Giustizia sarebbe incompatibile con gli esiti del voto e, più ancora, con il clima di tensione che ha avvelenato il confronto pubblico. Per l’ex procuratore, le parole “particolarmente smodate e aggressive” utilizzate da Giusi Bartolozzi durante la campagna referendaria rappresentano un elemento di peso non inferiore ai “noti rapporti” di Andrea Delmastro con personaggi in odore di mafia. Riferimenti, questi ultimi, che Morvillo richiama con precisione, ricordando come il sottosegretario sia stato socio di Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia, quest’ultimo noto agli atti giudiziari come prestanome del clan Senese. Una vicenda, quella legata al nome di Delmastro, che secondo il magistrato sarebbe stata taciuta alla presidente del Consiglio, configurando così una mancanza di trasparenza non secondaria nell’organizzazione del potere esecutivo. Le dimissioni dei due collaboratori, conclude Morvillo, sono state “assolutamente doverose seppur tardive”. Un giudizio netto, che però rappresenta per lui solo il preludio a una questione più ampia.

Il caso Nordio, tra malinconia e l’impossibile ritorno al passato

Se la scelta di Giorgia Meloni fosse dipesa dal sentimento di Alfredo Morvillo, Carlo Nordio si sarebbe già allontanato da via Arenula. Così non è stato. Palazzo Chigi, nel tentativo di arginare le conseguenze del “pesante rovescio referendario”, ha individuato nel ministro una sorta di baluardo, una linea del Piave da preservare per evitare una scossa più profonda all’interno di un governo già provato. Nordio, dal canto suo, oppone “buon viso a cattivo gioco”, come si suol dire in questi frangenti. Eppure, a osservare la sua posizione, emerge il ritratto di un uomo che pare già proiettato oltre l’orizzonte della legislatura. L’allure malinconica che lo contraddistingue – e che non gli è certo nuova – lascia intendere a molti osservatori la consapevolezza di percorrere, come veniva efficacemente sintetizzato in un’intervista al Corriere, il proprio “miglio verde”. Il 2027, del resto, rappresenta una scadenza naturale: a quel punto il ministro taglierà il traguardo degli ottant’anni e la sua intenzione, già dichiarata pubblicamente, è di chiudere l’esperienza di governo per tornare a dedicarsi agli studi e all’attività forense. Una sorta di limbo, quello in cui si trova oggi il Guardasigilli, dove la necessità di tenere insieme la fedeltà al governo e la propria insofferenza per certi meccanismi di Palazzo produce un equilibrio instabile, fatto di silenzi e di gesti misurati.

Via Arenula nel caos, la sostituzione di Bartolozzi apre un altro fronte

Il vuoto lasciato dalle uscite di scena di Delmastro e Bartolozzi, però, non è solo politico. È, prima ancora, gestionale. Al ministero della Giustizia si respira un’aria di straordinaria tensione, dove gli ultimi giorni sono stati segnati da liti e urla fino a coinvolgere la stessa Bartolozzi con la dirigente del dicastero. Un clima velenoso che rende più urgente la ricerca di un nuovo assetto. E mentre si cerca disperatamente un sottosegretario – con la macchina amministrativa che attende indicazioni precise – si affacciano profili alternativi per la cabina di regia. L’idea di cambiare tutto, di sostituire la ribalta politica di una donna che non disdegnava l’esposizione pubblica con la discrezione di un profilo supertecnico, ha iniziato a circolare con insistenza. Il nome che circola con maggiore insistenza è quello di Antonio Mura, magistrato di straordinaria riservatezza e attuale capo del legislativo al ministero. Un uomo considerato l’esatto opposto dello stakanovismo esuberante che aveva caratterizzato l’operato di Giusi Bartolozzi. Tuttavia, le trattative per la successione non sembrano orientarsi verso un profilo esterno alle logiche di partito: le ipotesi più accreditate rimangono quelle di un’avvocata in quota meloniana, come la deputata Sara Kelany, o di un’altra collega parlamentare. Un equilibrio complesso, insomma, dove la necessità di competenza tecnica si scontra con la volontà di mantenere un controllo politico stretto su una macchina delicata come quella della giustizia.

Lo scivolone di Speranzon e il nodo irrisolto delle “scorie”

Se la maggioranza cerca di ricomporsi dopo il terremoto referendario, c’è un episodio che restituisce plasticamente la fragilità del momento. Il senatore Raffaele Speranzon, esponente di spicco di Fratelli d’Italia, interpellato dai giornalisti nella sua Venezia a margine di un evento sul sistema portuale, ha risposto con una battuta che rischia di restare agli atti. “Ci liberiamo di tre scorie”, ha detto di getto riferendosi alle dimissioni di Andrea Delmastro, Giusi Bartolozzi e Daniela Santanché. Poche parole, pronunciate con la spontaneità di chi magari non ha valutato fino in fondo il peso di un termine tanto duro in un contesto già esacerbato. Subito dopo, il tentativo di correggere il tiro: “Intendo di situazioni che possono aver disorientato l’elettorato”. Un aggiustamento, quello del senatore veneziano, che però non cancella l’eco di una definizione destinata a farsi strada nel dibattito politico. Le “scorie”, nel linguaggio comune, sono ciò che resta di un processo ormai concluso, elementi di scarto che si rimuovono per consentire una ripartenza. E se questa è la percezione che emerge – seppur in un lapsus – da un esponente dello stesso partito dei dimissionari, è evidente che le fratture all’interno della coalizione siano più profonde di quanto si voglia ammettere pubblicamente.

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