Il rebus delle nomine nel fortino di Nordio e la sfida di ricucire lo strappo con i magistrati

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Dopo le scosse telluriche che hanno scosso via Arenula, materializzatesi nelle dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro e della capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi, il ministero della Giustizia si trova ora ad affrontare una duplice opera di ricostruzione. Da un lato, quella interna, dove i veleni lasciati dai recenti strappi – compresi gli scontri verbali degli ultimi giorni tra la stessa Bartolozzi e alcuni dirigenti dell’amministrazione – impongono di ridisegnare gli assetti di vertice; dall’altro, quella esterna, probabilmente la più complessa, che riguarda il rapporto con la magistratura, logorato da mesi di tensioni e sfiducia reciproca.

Se fosse dipeso esclusivamente dalla sua volontà, Carlo Nordio, con l’allure malinconica di chi sa di percorrere il miglio verde verso l’uscita di scena (ha già annunciato che al termine della legislatura, ormai ottantenne, tornerà allo studio), si sarebbe probabilmente già dimesso. E invece, dopo il pesante rovescio subito in sede referendaria, palazzo Chigi ha individuato proprio nella sua figura la linea del Piave da difendere. Il ministro, costretto a fare buon viso a cattivo gioco in questa delicata fase, si trova così a gestire una transizione forzata, incassato il no popolare alla riforma costituzionale e assorbita, almeno in apparenza, l’uscita di scena di due attori centrali nello scontro tra toghe ed esecutivo.

Il dilemma della successione tra tecnica e appartenenza

Nel caos di via Arenula, la ricerca del nuovo sottosegretario diventa il primo banco di prova per capire quale direzione intenderà prendere il governo. L’idea di una sostituzione che azzeri le modalità che avevano caratterizzato la gestione precedente è già emersa: si prospetta il passaggio da una donna che non disdegnava la ribalta politica a un uomo invisibile, o comunque a un profilo supertecnico. In questo senso, il nome del magistrato riservatissimo Antonio Mura, attuale capo del legislativo al ministero, rappresenterebbe una soluzione di continuità rispetto all’esuberante stakanovismo della Bartolozzi. Tuttavia, la necessità di mantenere gli equilibri interni alla maggioranza spinge verso altre direzioni: restano in ballo ipotesi che vedrebbero protagoniste un’avvocata in quota meloniana, come la deputata Sara Kelany, o altre figure vicine al partito. La scelta, insomma, oscilla ancora tra la necessità di un profilo altamente tecnico, capace di dialogare con le cancellerie e gli uffici giudiziari, e quella di un fedelissimo politico che garantisca l’allineamento con la linea di Fratelli d’Italia.

Le fratture interne e le parole scomode di Speranzon

A complicare ulteriormente il quadro, rivelando le spaccature che attraversano la compagine di governo, sono arrivate le dichiarazioni a effetto del senatore Raffaele Speranzon. Interpellato ieri mattina nella sua città in merito alle dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Daniela Santanché, il parlamentare veneziano ha risposto di getto con una frase destinata a rimbalzare: «Ci liberiamo di tre scorie». Un’uscita immediata, che ha lasciato tutti senza fiato e che il diretto interessato ha poi tentato di correggere specificando di volersi riferire a «situazioni che possono aver disorientato l’elettorato». Poche battute, quelle pronunciate in occasione della presentazione di uno studio sul sistema porto, che però hanno avuto l’effetto di mettere a nudo le tensioni irrisolte all’interno del partito, restituendo l’immagine di un esecutivo che fatica a metabolizzare le proprie crisi interne senza che queste sfocino in imbarazzanti gaffe pubbliche.

L’obiettivo della distensione con le toghe

Al di là delle ristrutturazioni organizzative, la posta in gioco più alta rimane il tentativo di ricucire lo strappo con i magistrati. La partita delle nomine non si gioca solo sulla poltrona del sottosegretario, ma anche sulla possibilità di inviare segnali concreti di discontinuità rispetto alla stagione di scontro frontale. Via Arenula è consapevole che per riaprire un dialogo credibile con giudici e pubblici ministeri – dopo che le dimissioni di due figure chiave nello scontro tra politica e toghe hanno tolto di mezzo alcuni dei principali elementi di frizione – servirà qualcosa di più di una semplice sostituzione. L’obiettivo dichiarato è rimuovere le macerie che si sono accumulate, ma la strada appare ancora irta di ostacoli: la fiducia è ai minimi termini e la scelta delle figure chiamate a rappresentare il ministero nei prossimi mesi sarà determinante per capire se prevarrà la linea della distensione o se si tornerà presto alla conflittualità di ieri.

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