Como-Lecce, la rimonta dei sogni: Fabregas vola verso l'Europa, Di Francesco sprofonda

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’aria che tira tra le sponde del lago e quelle salentine, a giudicare dai numeri e dal campo, non potrebbe essere più differente. Se il progetto targato Hartono, con i suoi 110 milioni di disavanzo sul mercato tra estate e gennaio, parla chiaro e ambisce a portare la Champions League a fare da cornice ai paesaggi comaschi, la realtà giallorossa, quella di un Lecce che viaggia in senso inverso con un saldo positivo di +9 milioni, racconta invece la storia di una sopravvivenza eroica, seppur al momento drammatica. Ed è proprio allo Stadio Sinigaglia, domenica pomeriggio, che questi due mondi – il calcio degli sceicchi e quello della provincia dura e pura – si sono sfiorati, con un epilogo che sa di consacrazione per gli uni e di amaro destino per gli altri.

Perché il Como di Cesc Fabregas, quello che ha speso più di tutti in Italia nell’ultima finestra, ha dimostrato di avere non solo i soldi, ma anche la testa per gestire le pressioni. Sotto di un gol, dopo un quarto d'ora, quando Lassana Coulibaly aveva insaccato di testa approfittando di una dormita generale della difesa lariana, molti avrebbero scommesso su un calo mentale. Invece no. La reazione è stata quella di una squadra matura, che ha ribaltato la partita in trenta minuti di furore tecnico. Pareggio di Douvikas, servito da un Jesus Rodriguez che, prima di segnare il suo primo storico gol in Serie A, ha confezionato l'assist. Poi la rete dello stesso attaccante spagnolo, lanciato da Perrone dopo una sciocca scivolata di Coulibaly, e infine il colpo di testa di Kempf su punizione, a chiudere un primo tempo da favola. “Sono tre punti pesanti”, ha commentato Fabregas, sottolineando come la squadra abbia mostrato “maturità e serenità” nel reagire allo svantaggio iniziale. Una prestazione che sa di continuità, dopo il buon pari di Torino e la vittoria con la Juve, e che proietta i lariani a -2 dalla zona Champions, alimentando sogni che, in riva al lago, non sono mai morti.

Dall’altra parte, la musica è inevitabilmente diversa e molto più cupa. Eusebio Di Francesco, tecnico del Lecce, ha parlato di “ingenuità” e di errori marchiani sui tre gol subiti, un’analisi cruda e onesta che fotografa lo stato di salute di una squadra in piena zona retrocessione. “Bravi loro e ingenui noi”, ha tuonato l’allenatore, elencando una a una le disattenzioni che hanno condannato i suoi: una squadra che scappa male sul pareggio, un giocatore che si ferma credendo a un fallo inesistente sul secondo, e una difesa incredibilmente schierata in inferiorità numerica sul terzo. Un’amarezza profonda, la sua, perché la partita era cominciata bene, con l’approccio giusto, e invece si è trasformata nell’ennesima lezione di cattiveria sportiva. Un disavanzo tecnico, più che economico, che rischia di diventare un baratro.

Il divario, insomma, non è solo nei conti in banca. La personalità messa in campo dai ragazzi di Fabregas, capaci di non scomporsi e di macinare gioco nonostante lo svantaggio iniziale, è il vero segno distintivo di una squadra che ha imparato a convivere con le pressioni e le aspettative. Di Francesco, al contrario, si trova a dover ricucire le ferite di una squadra che, dopo un’ottima partenza, è crollata psicologicamente, subendo tre reti in pochi minuti e dimostrando una fragilità che in una lotta per non retrocedere può essere letale. E mentre a Como si sogna l’Europa e si ragiona di progetti a lungo termine – con una proprietà che avrebbe le potenzialità per puntare anche allo scudetto – a Lecce si fa i conti con la dura realtà della classifica. I giallorossi restano inchiodati al diciottesimo posto, con quella “salentinità” e quel modello di gestione oculata che tanto avevano fatto ben sperare che ora sembrano non bastare più per arginare la furia di chi, invece, ha deciso di giocare un campionato a sé. Due mondi agli antipodi, appunto, che si sono incrociati per novanta minuti: uno vola verso l’alta quota, l’altro sprofonda negli incubi di una notte che non passa mai.

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