Gb, partito laburista in tilt: metà dei deputati contro Starmer dopo il voto
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Redazione Esteri
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La sconfitta elettorale nelle amministrative del 7 maggio – un terremoto politico le cui scosse non hanno ancora smesso di farsi sentire tra le stanze del potere – ha accelerato un processo di decomposizione interna che covava da mesi tra i banchi del Labour. Il sostegno dei deputati nei confronti del premier britannico, Keir Starmer, sta evaporando a una velocità ben superiore a quella che i comunicati ufficiali avevano sino a ieri cercato di mascherare. Da un giro di consultazioni riservato, condotto tra i parlamentari della maggioranza alla Camera dei Comuni, emergono numeri impietosi: circa 230 dei 403 eletti del partito invocano ormai un passo indietro di sir Keir, mentre un centinaio si è spinto fino a chiedere apertamente le dimissioni immediate del capo del governo. Un’emorragia di consensi, questa, che rende di fatto ingovernabile la maggioranza.
L’effetto domino delle dimissioni di Streeting
Le attese dimissioni di Wes Streeting, rassegnate ieri nel primo pomeriggio dalla carica di ministro della Sanità, hanno funto da detonatore per un equilibrio già instabile. Nessuno dei potenziali successori di Starmer alla guida del partito – e, di conseguenza, del governo – ha però avuto il coraggio o la prontezza di lasciare i blocchi di partenza, lanciando pubblicamente la sfida per la leadership. Si guardano, tutti quanti, restando in attesa; un immobilismo che paradossalmente conferma la debolezza cronica di ogni possibile alternativa. Streeting, va detto, non si è limitato a gettare la spugna: con il suo passo indietro ha di fatto lanciato una sfida aperta al premier, aggiungendo un tassello cruciale al mosaico della crisi.
I sindacati scaricano il premier: una solitudine annunciata
Se la rivolta interna all’esecutivo aveva già mostrato le crepe profonde nel Labour – quelle stesse crepe che nessuna comunicazione di partito era più in grado di nascondere – il nuovo strappo con le grandi union britanniche rischia di rappresentare un colpo ancora più duro. Starmer è sempre più solo, intrappolato in quella che fino a pochi mesi fa appariva come una leadership inattaccabile; oggi, invece, assomiglia a una lenta agonia politica. I sindacati lo scaricano senza troppi giri di parole, e il dato politico è inequivocabile: senza il loro sostegno, la tenuta del governo diventa un’equazione dai contorni quasi drammatici. Dopo i ministri ribelli, dunque, ecco arrivare il disimpegno delle confederazioni storiche, un fronte che finora aveva garantito a Starmer una base sociale su cui costruire il consenso.
Numeri da spaccatura: il partito resta debole e frammentato
Il partito, resta il fatto, appare debole e le divisioni al suo interno continuano a moltiplicarsi senza che nessuno sia in grado di arginarle. Senza un leader di peso, e con Farage che intanto prepara la sua "festa" (un movimento politico alternativo che osserva con attenzione la débâcle laburista), il quadro britannico si fa sempre più fluido e potenzialmente esplosivo. Circa la metà dei 403 parlamentari della maggioranza – lo si è detto – si è ormai schierata contro Starmer, e un centinaio di questi ha chiesto formalmente le sue dimissioni. Non si tratta più di mal di pancia o di semplici tensioni interne: è una resa dei conti annunciata, un passaggio obbligato che lascia il premier in balìa di un’aula ostile e di una macchina di partito che non gli perdona la débâcle amministrativa. Ogni giorno che passa, con le consultazioni informali che si intensificano nei corridoi di Westminster, si allunga la lista dei fedelissimi che cambiano bandiera.




