Distinti salumi 2026 apre con il ricordo di Petrini, quel visionario che cambiò il gusto
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Redazione Interno
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Si è aperta a Cagli, tra le pieghe dell’entroterra marchigiano, la sedicesima edizione di Distinti salumi con un sapore amaro che non ha nulla a che vedere con le stagionature in mostra. L’assenza, ancora caldissima, di Carlo Petrini – il fondatore di Slow Food scomparso giovedì sera a Bra all’età di 76 anni – ha attraversato come un brivido la tensostruttura dell’evento, trasformando quella che doveva essere una semplice inaugurazione in un tributo collettivo e spontaneo. La manifestazione, promossa dal comune di Cagli in sinergia con Slow Food Italia e la sezione regionale delle Marche, proseguirà fino a domani, domenica 24 maggio, per raccontare la norcineria artigianale di qualità, ma il testimone della prima ora è stato inevitabilmente per il “visionario” che ha rivoluzionato il nostro rapporto con la tavola.
L’abbraccio di Federico Varazi e la memoria di un’eredità culturale
A prendere la parola per primo, quasi a voler rompere il gelo del cordoglio, è stato Federico Varazi, vicepresidente di Slow Food Italia, il quale ha sottolineato come l’associazione non stia salutando soltanto il suo fondatore. “Non salutiamo soltanto il fondatore di Slow Food – ha dichiarato Varazi – ma un visionario che ha cambiato il nostro modo di pensare il cibo”. Un’eredità, quella lasciata da Petrini, che affonda le radici nella difesa della biodiversità e nella lentezza come atto politico; concetti che, se oggi sembrano scontati nel dibattito pubblico, devono a lui la loro nascita e la loro caparbia diffusione. La sua capacità di comunicare con i giovani – e in particolare con gli studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche da lui fondata – ha rappresentato il ponte tra il sapere accademico e la terra, un lascito che l’associazione intende portare avanti come fosse una staffetta generazionale.
Il pianto dei mitilicoltori tarantini e quella cozza diventata orgoglio
Se Varazi ha parlato da dirigente, è stato Francesco Marangione, mitilicoltore, a portare sul palco la commozione più cruda e autentica. Marangione ha avuto l’onore di portare in barca Petrini nel marzo del 2024, mostrandogli il Mar Piccolo di Taranto e il seme della cozza. “Non si può immaginare cosa ha fatto Petrini per i mitilicoltori tarantini – ha detto con voce rotta –: ci ha dato la voglia di combattere e di tornare a sperare”. Per un territorio “a volte troppo maltrattato”, come lo ha definito lui stesso, l’interesse del fondatore di Slow Food è stato come “un bicchiere d’acqua nel deserto”. Da quando la cozza tarantina è diventata presidio Slow Food, il prodotto ittico ha ritrovato dignità e ragioni di orgoglio, uscendo dall’anonimato di un mercato che non riconosceva il suo valore. Petrini, a suo dire, rimase stupito dalla naturalità di quell’allevamento e dalla miopia delle istituzioni, incapaci di far esplodere un settore che lui invece aveva già capito essere strategico per la ripartenza morale della comunità jonica.
L’aneddoto della “cipolla bionda” e il rimpianto dei panificatori
A legare il ricordo di Petrini ai territori più piccoli ci ha pensato, quasi per contrasto, l’ironia di un vecchio servizio televisivo. Quando scoprì e promosse la cipolla bionda di Fontaneto e Cureggio, in provincia di Novara, Petrini la presentò in diretta nazionale con una battuta che è diventata celebre: “Non ci resta che piangere”. Oggi, quelle stesse colline piangono per davvero un uomo che ebbe la lungimiranza di vedere una risorsa dove altri vedevano solo un bulbo a rischio estinzione. Nel frattempo, a chiudere il cerchio degli affetti più personali è stato Fulvio Marino, il panificatore volto noto della televisione italiana, che per Petrini ha speso parole di discepolato: “Per me è stato un mentore, una persona che ho avuto il piacere e la fortuna di conoscere e da cui ho imparato tanto”. Marino ha voluto ricordare come Petrini abbia cambiato in positivo non solo la gastronomia, ma la visione stessa che abbiamo verso chi il cibo lo produce: coltivatori, agricoltori, pescatori e, appunto, macellai. Un rispetto trasversale per la fatica umana che è forse il filo rosso più autentico di tutta la sua opera trentennale.




