Petrini, il ‘costruttore di luoghi liberati’ che ha fatto dei contadini i vincitori
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Redazione Interno
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“Porto nel cuore le chiacchierate in cucina tra Carlìn Petrini e mio nonno Felice”. Fulvio Marino, che spesso ha ricordato quanto l’inventore di Slow Food abbia fatto per la sua famiglia, accetta ora di parlare – con una disponibilità che non sorprende chi lo segue – di quell’eredità culturale e morale. Un’eredità che, a suo dire, non si è limitata alle mura domestiche ma si è allargata a un’intera generazione di gastronomi. Marino non usa mezzi termini nel definire Petrini: «Un punto di riferimento e un mentore, perché ha indirizzato moltissimo le mie scelte professionali. Se io oggi faccio questo lavoro – spiega – lo devo a quelle conversazioni e a quella visione». Nessuna retorica, dunque, ma la memoria viva di un apprendistato informale, fatto di soste ai fornelli e di discorsi che mescolavano politica, terra e dignità del cibo.
L’universalità di un lascito, secondo l’ateneo di Pollenzo
Dalle Langhe al mondo, e poi di nuovo a Bra. È Nicola Perullo, rettore dell’università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo – la frazione cuneese che Petrini contribuì a trasformare in un crocevia intellettuale – a raccoglierne il testimone più istituzionale. «Ha coinvolto tanti livelli di umanità, dagli agricoltori e produttori di cibo fino agli accademici. In questo è stato qualcosa di assolutamente unico e il suo lascito sarà universale», afferma Perullo, mentre ricorda la figura del fondatore e presidente scomparso ieri all’età di 76 anni. Nessuna enfasi provinciale, qui: l’universale non è un’etichetta a buon mercato, ma il riconoscimento di un lavoro che ha saputo saldare saperi contadini e ricerca, saperi che spesso viaggiavano su binari separati. Petrini, in fondo, non ha mai smesso di fare da cerniera tra chi il cibo lo produce e chi lo studia.
Bertinotti: i contadini da vinti a vincitori
Fausto Bertinotti, che di radicalità se ne intende, ripete due volte una frase scandendo ogni parola: «Era un costruttore di luoghi liberati». L’ex presidente della Camera – storico leader di Rifondazione comunista – non si perde in giri di parole. Per lui Petrini ha rovesciato una narrazione secolare: «I contadini erano i vinti, con Petrini sono diventati i vincitori». Un capovolgimento silenzioso, avvenuto non con proclami ma con la costruzione di reti come Slow Food e Terra Madre, dove la filiera alimentare è diventata un argomento politico prima ancora che economico. E non è un caso che Bertinotti torni su “luoghi liberati”: l’idea è che Petrini abbia sottratto spazi – fisici e mentali – a una modernità spesso predatoria, restituendoli a un’umanità che la corsa al consumo di massa aveva messo all’angolo.
L’intuizione globale di chi non si è chiuso nelle Langhe
Parole che colpiscono per lucidità e radicalità, tanto più se le si rilegge alla luce dell’Italia di quegli anni: un Paese che inseguiva modernità e consumi senza fare troppe domande. Petrini, invece, parlava già di agricoltura, salute, qualità del cibo e dignità gastronomica come questioni culturali e politiche. La grande intuizione – e questo molti osservatori lo riconoscono – è stata non rinchiudersi nelle Langhe o al massimo entro i confini italiani, ma guardare al mondo. Il passaggio da Arcigola a Slow Food, nel 1989, non fu un semplice cambio di insegna: segnò una nuova era per gli appassionati, trasformando un movimento locale in un argomento globale. E senza bisogno di urlare, perché Petrini sapeva che la rivoluzione più efficace, a volte, si consuma davanti a un piatto di pasta e a un dialogo tra un ragazzo e un vecchio contadino.




