Addio a Carlo Petrini, il gastronomo che sognò un cibo buono, pulito e giusto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È morto Carlo Petrini, l’anima irrequieta di Slow Food, colui che ha trasformato una ribellione contro il fast food in una battaglia culturale globale. L’annuncio, arrivato dal cuore pulsante di Bra, racconta di un uomo che se n’è andato nella tarda serata di giovedì 21 maggio, all’età di settantasei anni, circondato dalla sua terra d’origine. Quella famosa frase che amava ripetere, “Chi semina utopia raccoglie realtà”, non era per lui un semplice slogan ma il riassunto esistenziale di una vita spesa a immaginare alternative al sistema agroalimentare dominante. A molti sarà ricordato come il fondatore di quel movimento della chiocciola che, nato nel 1986, oppose al modello McDonald’s il diritto al piacere, un’idea di cibo che fosse contemporaneamente buono, pulito e giusto per tutte e tutti.

Il ciclone Carlin e l’eredità di Terra Madre

Per comprendere la portata del personaggio, forse basta l’aneddoto raccontato da Lucio Brunelli, che lo vide irrompere nel suo ufficio a Tv2000 nel gennaio del 2015 “come un ciclone, facendo sbattere porte e finestre”. In quell’occasione, Petrini iniziò a parlare di sé e del mondo con la stessa impetuosità del vento, come se si conoscessero da sempre. Non era solo un gastronomo, ma un visionario che aveva fiutato prima di altri l’urgenza di proteggere la biodiversità. È a lui, infatti, che si deve l’invenzione dei Presidi Slow Food quasi trent’anni fa, piccoli progetti concreti per salvare dall’estinzione razze animali e varietà vegetali, una missione che nel 1996 trovò il suo coronamento simbolico nell’Arca del Gusto, un catalogo online che oggi conta oltre cinquemila prodotti provenienti da tutto il mondo.

La sua creatura più ambiziosa, però, resterà probabilmente Terra Madre, la rete mondiale che ha saputo riunire contadini, pastori, pescatori e cuochi sotto un unico tetto ideale per promuovere la sovranità alimentare. A impreziosire questo percorso, ci fu anche il sodalizio spirituale con il vescovo Domenico Pompili, con il quale fondò le comunità “Laudato Si’”, ispirate dall’omonima enciclica di papa Francesco, a dimostrazione di come la salvaguardia della “casa comune” potesse diventare un collante tra diverse sensibilità.

Il cordoglio di Marco Paolini: “Fare manutenzione alla via”

Nel mondo della cultura e dell’ambiente, la scomparsa di Petrini lascia un vuoto difficile da colmare. Tra i tantissimi omaggi che si susseguono in queste ore, se ne distingue uno per intensità poetica: quello del drammaturgo e regista Marco Paolini. Attraverso una nota diffusa dalla Fabbrica del Mondo, Paolini ha voluto salutare l’amico che considerava una guida, capace di tracciare “un percorso inedito” dove il cibo diventa il risultato di processi storici, economici e ambientali. “Quando muore una guida – ha scritto Paolini – non basta dedicargli la via che ha aperto, bisogna far manutenzione perché la via non si chiuda nella boscaglia infestante delle distrazioni di massa”. Un monito, questo, che suona come un testamento civile per tutti coloro che credono ancora nella politica lenta del fare, lontana dai riflettori della cronaca urlata. Paolini ha ricordato il lavoro comune sull’“Atlante delle Rive” e il sostegno costante di Petrini, quella capacità di essere presente nonostante i gravosi impegni, un’energia che definiva “austera anarchia”.

Dalla ribellione alla tavola, un sogno concreto

Osservando la sua parabola, si capisce come Petrini abbia saputo coniugare la teoria con la pratica. Dopo aver fondato Slow Food nel 1986, l’evoluzione fu naturale e inarrestabile: l’internazionalizzazione del movimento, l’istituzione dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo nel 2004 e la costruzione di una rete globale che oggi conta aderenti in 160 paesi. Non amava le etichette, né tantomeno le celebrazioni inutili. La sua forza era quella di un uomo che è rimasto “Carlìn” per tutti, un sociologo di strada capace di parlare tanto ai grandi chef quanto ai piccoli produttori. Se l’Arca del Gusto è la memoria del mondo, i Presidi ne sono le mani operative; e dietro ogni singolo prodotto salvato, c’era la sua spinta visionaria. La sua lezione, adesso, non potrà essere archiviata in un libro di ricordi, ma dovrà tradursi in quelle pratiche quotidiane di “manutenzione” della terra e delle relazioni che lui stesso ha indicato come unica strada per non arretrare nella boscaglia della globalizzazione omologante.

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