Carlo Petrini, la rivoluzione del buono e l’eredità della “Sierra” gastronomica
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Redazione Interno
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Carlo Petrini è stato il Fidel Castro dell’enogastronomia e del piacere. La sua è stata una rivoluzione, ed è riuscito a realizzarla grazie ai suoi “uomini della Sierra”, quelli che si sono dedicati anima e a un progetto di rivendicazione di un piacere che veniva negato, in quegli anni, e che partiva dalla pancia. Ci ha lasciati ieri sera, nella sua casa di Bra, spegnendosi a 76 anni dopo una lunga malattia; lo stesso male che, in un curioso intreccio del destino, lo aveva reso complice silenzioso di un abbraccio con Re Carlo d’Inghilterra durante l’ultimo convegno a Ravenna, solo poche settimane fa. Lui che da sempre predicava la lentezza si è concesso una uscita di scena quasi sussurrata, ma il vuoto che lascia – nell’associazionismo e nelle coscienze – è tutto fuorché silenzioso.
La Velier e l’Arcigola, quando tutto cominciò dalla pancia
Era il 1983 quando la Velier muoveva i primi passi; tre anni dopo, nel 1986, nasceva l’Arcigola, quella divisione gourmand dei circoli Arci che avrebbe cambiato per sempre il rapporto degli italiani con la tavola. Petrini non ha inventato solo un movimento, ha generato una prospettiva culturale: il cibo non è mero nutrimento, ma relazione, dignità e responsabilità. La sua utopia concreta – “buono, pulito e giusto” – non era uno slogan pubblicitario, bensì il pilastro di una nuova etica materiale. In un’epoca in cui la politica inseguiva il profitto a ogni costo, lui insisteva sulla necessità di rallentare, ripartendo dalla terra e dalla biodiversità; basti pensare ai Presidi Slow Food o all’Arca del Gusto, che hanno salvato dall’estinzione prodotti come il peperone di Capriglio, difeso con le unghie e con i denti, o gli asparagi bianchi di Malines.
L’addio di Capriglio e l’esempio del peperone dal cuore rosso
Non stupisce, quindi, che oggi lo piangano in molti, ma c’è un piccolo paese astigiano, Capriglio, dove il cordoglio ha un sapore particolare. Carlin – come lo chiamavano tutti – ne era cittadino onorario da 25 anni, un titolo conferitogli dall’allora sindaco Gian Barberis per l’impegno profuso nel riconoscimento del peperone locale come Presidio Slow Food. Non era un riconoscimento formale, ma un patto viscerale con quel territorio: lui che parlava di quelle qualità organolettiche anche nei suoi infiniti viaggi e convegni, portava sempre con sé la memoria di quelle terre. È andato più volte in visita laggiù nell’ultimo quarto di secolo, quasi a controllare che la sua creatura crescesse secondo i dettami della tradizione. Quel peperone, oggi, è la metafora di una vita spesa a difendere un’agricoltura che guarda al domani senza dimenticare ieri.
Ducasse: “Ha fatto molto più che parlare, ha agito”
“Abbiamo perso un pioniere e una coscienza”. Alain Ducasse, contattato dal Gusto, non usa mezzi termini per ricordare l’amico scomparso. Il celebre chef francese – che ha sempre condiviso con Petrini la visione di una cucina che rispetta la materia prima prima ancora della tecnica – sottolinea con forza un tratto distintivo del carattere di Petrini: la concretezza. “Ha dedicato la sua vita a sensibilizzare l’opinione pubblica – aggiunge Ducasse – ma ha fatto molto più che parlare: ha agito”. Un’insistenza, questa, che rimanda al metodo pratico del fondatore di Slow Food, capace di trasformare le teorie accademiche – come quelle insegnate all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo – in pratiche quotidiane accessibili, dalle mense scolastiche ai mercati della terra. Non era un sognatore distratto: era un costruttore meticoloso.
L’eredità di un “castrista” del gusto
La sua eredità è un messaggio che continua a viaggiare attraverso piccoli gesti quotidiani: usare gli asparagi di Malines, le fragole antiche, gli spinaci e le patate del proprio territorio, come hanno fatto di recente alcuni studenti durante un corso, è un modo per tenere viva una cultura gastronomica fatta di attenzione e memoria. Petrini è riuscito laddove molti intellettuali falliscono: ha portato la politica a tavola, senza renderla indigesta. Ha costruito una rivoluzione mondiale partendo dalle Langhe, dimostrando che resistere alla “follia universale della fast life” non solo è possibile, ma è anche piacevole. Ci lascia un mondo che, purtroppo, sta riscoprendo la guerra e l’inflazione, ma ci lascia anche gli strumenti per difendere ciò che conta davvero: la dignità del cibo e la sovranità del palato.




