Il passo lunare che non c’è: il rapporto choc della Nasa sulle tute spaziali
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Mentre il razzo cresce e la rampa si scalda, il programma Artemis rischia di incepparsi su un dettaglio tanto cruciale quanto sottovalutato: il guardaroba. A gettare un secchio di realismo (per non dire di acqua fredda) sulla febbre da rientro sul nostro satellite ci ha pensato l’Office of Inspector General (OIG), l’organo di vigilanza interna della Nasa, che in un rapporto pubblicato nelle scorse ore ha sostanzialmente dichiarato che le nuove tute spaziali, quelle che permetteranno agli astronauti di muovere i primi passi sulla polvere lunare dal 1972 a oggi, non sono affatto pronte. Anzi, secondo i revisori, l’agenzia spaziale ha sbagliato approccio sin dall’inizio, optando per un modello di acquisizione commerciale – quello dei cosiddetti contratti a prezzo fisso – che per una tecnologia così complessa e priva di un mercato solido alle spalle si sta rivelando una vera e propria camicia di forza.
Un’incertezza da 2031 che mette in crisi le scadenze di Artemis III
Il problema, va detto, non riguarda la quantità di sforzo profuso, ma i tempi di un’industria che fatica a tenere il passo. La ditta texana Axiom Space, unico fornitore rimasto in corsa dopo l’uscita di scena di Collins Aerospace avvenuta ormai due anni fa, sta lavorando al modello AxEMU. Secondo le stime dell’OIG, però, il programma originale – che prevedeva dimostrazioni tecniche già nel 2025 – era fin dall’inizio pura fantasia, e oggi si valuta un ritardo di almeno diciotto mesi. La conseguenza, ragionata dagli ispettori, è spietata: se Axiom dovesse accumulare ritardi in linea con la media storica dei grandi programmi spaziali (si pensi allo stesso Orion o al sistema SLS), la prima tuta pronta per il volo non arriverebbe prima del 2031. Una previsione, questa, che stride violentemente con la tabella di marcia attuale, che vede l’allunaggio con equipaggio fissato per il 2028.
C’è un paradosso, in questa storia, che la burocrazia fatica a digerire. Da un lato, la Nasa è stata costretta a intensificare il supporto tecnico ad Axiom, inviando i propri ingegneri nelle fabbriche per tenere in vita il progetto; dall’altro, l’amministratore Jared Isaacman si dice “fiducioso” che nel 2028 gli astronauti indosseranno proprio quelle tute. Una fiducia che, a guardare i numeri del rapporto, assomiglia più a un atto di fede che a una certezza ingegneristica, considerando anche che senza questi equipaggiamenti non solo non si potrà camminare sulla Luna, ma si rischia di restare a piedi anche sulla Stazione Spaziale Internazionale, dove le vecchie tute EMU risalgono agli anni Ottanta.
Il silenzio dei cantieri navali: il core stage lascia New Orleans
Mentre sulla carta gli orologi dell’OIG scandiscono minuti di ritardo, nei cantieri fisici della Florida il lavoro procede invece a ritmo serrato. Solo poche ore fa, il gigantesco core stage del razzo SLS destinato ad Artemis III ha lasciato lo stabilimento di Michoud, a New Orleans, a bordo della chiatta Pegasus, alla volta del Kennedy Space Center. Questo stadio principale – che da solo contiene i serbatoi di idrogeno e ossigeno liquidi per oltre 733 mila galloni di propellente – rappresenta la spina dorsale del lanciatore, il pezzo senza il quale il viaggio non inizia nemmeno. Una volta arrivato a destinazione, gli operai della Nasa inizieranno l’assemblaggio verticale, un’operazione delicata che richiederà mesi di lavoro.
Questa marcia inarrestabile dell’hardware pesante, però, rischia di trasformarsi in una beffa se le tute non arriveranno. Perché, come recita un vecchio adagio degli ingegneri missilistici, “il razzo ti porta lì, ma se non hai la tuta, ti fermi davanti alla porta”. E in effetti, il programma Artemis sembra essere diventato il palcoscenico di una contraddizione: la meccanica pesante avanza, spinta dalla necessità di rispettare i tempi politici e operativi, mentre l’elettronica indossabile e i materiali tessili di nuova generazione – quelli che devono proteggere dalla regolite tagliente e dalle radiazioni – restano intrappolati nei cicli di progettazione.
Rampa mobile in posizione: la logistica non aspetta i sarti
Sempre al Kennedy Space Center, un altro movimento ha catturato l’attenzione degli addetti ai lavori: il trasferimento della rampa di lancio mobile dal Complesso 39B verso il Vehicle Assembly Building. Un’operazione che, nella sua lentezza quasi biblica (il trasportatore cingolato impiega ore a percorrere i pochi chilometri che separano le due strutture), racconta meglio di qualsiasi rapporto l’urgenza operativa dell’ente. Questa manovra, avvenuta a sole due settimane dal rientro della capsula Orion della missione Artemis II, serve per ispezionare e riparare le parti della struttura esposte al calore e alle vibrazioni dei motori, un lavoro di manutenzione ordinaria che non può attendere.
E qui sta il cortocircuito temporale. Da una parte, le infrastrutture di terra vengono ripulite, riparate e riconfigurate per accogliere il volo successivo, quasi come se il 2027 fosse domani. Dall’altra, i progettisti delle tute sono ancora impegnati a testare le giunzioni e i sistemi di supporto vitale, con la Nasa che ha dovuto persino ricorrere a deroghe e a un supporto tecnico massiccio per tamponare le falle di un contratto che l’OIG definisce “non adatto” allo scopo. In mezzo a questo divario, restano gli astronauti: quelli che sanno che, per quanto potente sia il razzo che li aspetta, senza il giusto abbigliamento quel viaggio si trasformerà in un’altra orbita a vuoto.




