L’effetto Hantavirus spinge Moderna in Borsa, ma il vaccino resta un miraggio inseguito dall’esercito
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Redazione Salute
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Il virus trasmesso dai roditori, tornato alla ribalta delle cronache dopo il focolaio sulla nave da crociera Mv Hondius – ormeggiata a Tenerife per le operazioni di sbarco dei passeggeri – ha innescato una reazione immediata sui mercati finanziari, dove la società statunitense di biotecnologia Moderna ha messo a segno un rialzo del 13,78%. A guardare i numeri su base settimanale, la performance del titolo risulta particolarmente brillante se paragonata all’andamento dell’S&P-500: l’indice del basket statunitense si è fermato a un +2,52%, mentre Moderna ha viaggiato a vele spiegate con un +20,22%, segno evidente che, nonostante le rassicurazioni ufficiali, la paura di una nuova emergenza sanitaria muove ancora i fili del denaro. La società, che aveva già fatto la storia con il vaccino anti-Covid realizzato a tempo di record nel 2020, si trova ora al centro delle attenzioni per via di un programma di ricerca che, è bene chiarirlo, era partito ben prima dell’allarme sulla crociera.
Un’eredità della guerra di Corea e la corsa silenziosa del Pentagono
Se oggi si discute dell’hantavirus, lo si deve anche – e soprattutto – a un interesse strategico che dura da decenni negli Stati Uniti; non si tratta, insomma, di una moda improvvisa del mercato. I primi a preoccuparsi seriamente del pericolo rappresentato da questi patogeni – che si contraggono principalmente inalando particelle di polvere contaminate da feci o urina di roditori – furono i vertici dell’esercito americano, già durante la guerra di Corea, quando migliaia di soldati furono colpiti da una misteriosa febbre emorragica. La consapevolezza che il virus potesse decimare le truppe sul campo spinse il Pentagono a investire risorse ingenti. Un virologo che lavora presso l’Istituto di Ricerca Medica per le Malattie Infettive dell’Esercito ha recentemente ricordato come il suo team sia impegnato sulla questione fin dagli anni Ottanta, sebbene le difficoltà siano rimaste le stesse per quasi mezzo secolo.
L’interesse militare, va detto, ha prodotto qualche risultato concreto: nel 1997, l’esercito brevettò un candidato vaccino usando un vettore virale attenuato, un traguardo che all’epoca sembrava promettente ma che non ha mai visto la luce in forma commerciale. Le ragioni di questo stallo sono complesse e affondano nella biologia stessa del virus. Esistono diverse specie di hantavirus – quella che ha colpito la nave, ad esempio, è la variante “Andes”, endemica in Sudamerica e unica nota per la sua capacità di trasmettersi (seppur limitatamente) da uomo a uomo -4-9 – e un vaccino efficace contro una potrebbe non esserlo contro l’altra.
Moderna e l’mRna: un’alleanza dai tempi della Corea del Sud
Nel mezzo di questo vuoto terapeutico, ecco quindi irrompere Moderna. La conferma, arrivata dalla stessa azienda via media, è che la società di Cambridge, nel Massachusetts, ha già avviato studi preliminari per un vaccino a mRna contro l’hantavirus, collaborando fianco a fianco con l’Istituto di Ricerca Medica dell’Esercito (Usamriid). Non solo: un accordo parallelo è stato stretto con il Centro di Innovazione Vaccinale della Korea University College of Medicine. Queste ricerche, spiegarono i dirigenti, erano in movimento ancor prima che i primi passeggeri della Mv Hondius accusassero i sintomi, e rappresentano per l’azienda un modo per ampliare il proprio raggio d’azione nella prevenzione delle cosiddette “malattie infettive emergenti”.
È una precisazione, quest’ultima, tutt’altro che banale, perché aiuta a spiegare il paradosso in cui versa attualmente la ricerca in questo settore. Da una parte, come dimostra il caso della Mv Hondius – dove si contano diversi casi confermati, ricoveri in terapia intensiva e purtroppo alcune vittime – esiste una necessità concreta di proteggere specifiche popolazioni a rischio. Dall’altra, però, il tasso di incidenza globale del virus rimane bassissimo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, dal canto suo, ha ribadito più volte che il rischio per la popolazione generale è “assolutamente basso”, cercando di raffreddare gli animi e di evitare il ripetersi di quella psicosi collettiva che aveva caratterizzato l’inizio della pandemia da Covid.
La scommessa dei soldi facili e l’ostacolo della convenienza economica
Eppure, il sentiment del mercato sembra raccontare un’altra storia, suggerendo che la memoria del 2020 sia ancora troppo fresca per non influenzare le scelte degli speculatori. L’azzardo, per gli investitori, è che la piattaforma mRna di Moderna – già vincente contro il Sars-CoV-2 – possa replicare il successo contro questo nuovo bersaglio. In fin dei conti, il virologo Jay Hooper dell’Usamriid ha recentemente spiegato al magazine Nature che il lavoro di ricerca sull’hantavirus è “facilmente trasferibile” sulla piattaforma mRna, un’operazione che sarebbe molto più rapida rispetto allo sviluppo di un vaccino tradizionale.
Tuttavia, tra la potenzialità tecnica e la realtà di una produzione su larga scala intercorre un abisso fatto di dollari e di volontà politica. Per le grandi aziende farmaceutiche, investire centinaia di milioni per un vaccino destinato a scoppi epidemici sporadici e geograficamente circoscritti rappresenta un affare poco redditizio: le vittime potenziali sono poche, prevalentemente concentrate in aree povere, e i profitti non sarebbero garantiti. L’esercito, che storicamente ha rappresentato il finanziatore di ultima istanza per questi studi (dato che il virus continua a essere considerato una minaccia per la “force protection” delle truppe dispiegate in Asia o in Europa), non ha però i fondi né il mandato per sostituirsi all’industria nella produzione e distribuzione globale.




