La morte di Beatrice a Bordighera, il gip: la madre in auto per mezzora con il cadavere della figlia
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Redazione Interno
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Non si attenuano, anzi si infittiscono col passare dei giorni e il progredire dell’inchiesta coordinata dalla procura di Imperia, i misteri che avvolgono la morte della piccola Beatrice, la bambina di due anni deceduta lo scorso 9 febbraio in un’abitazione di Bordighera. Al centro delle carte depositate dal giudice per le indagini preliminari, e che hanno portato alla custodia cautelare in carcere per la madre, Manuela Aiello, quarantatreenne ora detenuta a Genova Pontedecimo con l’accusa di omicidio preterintenzionale, emerge un dettaglio agghiacciante e al contempo decisivo per ricostruire la dinamica dei fatti: la donna, secondo quanto si legge nell’ordinanza, avrebbe infatti percorso in automobile circa venti chilometri, un viaggio di oltre mezzora, con la figlia ormai priva di vita seduta in auto, per tornare dalla casa del compagno, Emanuel I., che risulta indagato a piede libero per il medesimo reato, fino alla propria villetta nella frazione di Montenero, dove solo alle 8.21 di quella stessa mattina avrebbe allertato i soccorsi -4-5.
La ricostruzione operata dalla magistratura, e che contrasta nettamente con la versione fornita dalla madre, la quale ha sempre parlato di un malore improvviso sopraggiunto dopo una caduta accidentale dalle scale avvenuta nei giorni precedenti, si basa su un complesso mosaico di elementi probatori. Tra questi, un ruolo cruciale lo giocano le immagini estrapolate dai sistemi di videosorveglianza della zona, che avrebbero permesso agli inquirenti di tracciare gli spostamenti della Aiello e di stabilire una tempistica precisa, la quale collide inesorabilmente con il racconto della donna -1-3. Secondo la procura, che ha ottenuto il sequestro dell’abitazione di Perinaldo dove vive il compagno, il decesso della piccola non sarebbe avvenuto nella tarda mattinata del 9 febbraio, bensì molte ore prima, in una finestra temporale compresa tra la mezzanotte e le due della notte tra l’8 e il 9, e proprio in quella casa -4-7.
Il ruolo del compagno e le lesioni sul della bambina
Se il quadro accusatorio nei confronti della madre si va facendo sempre più nitido, rimangono ancora tutte da definire le reali responsabilità e il livello di coinvolgimento di Emanuel I., il compagno quarantaduenne della donna. Quest’ultimo, sentito dagli investigatori, avrebbe negato di aver trascorso la notte in questione con Manuela Aiello e le sue tre figlie, una versione che stride con quanto emerso dalle indagini e che lo ha portato a essere iscritto nel registro degli indagati per lo stesso reato di omicidio preterintenzionale, sebbene al momento senza misure cautelari a suo carico -7. A gettare ombre ulteriori sulla vicenda contribuiscono, inoltre, le condizioni in cui versava l’abitazione di Bordighera, descritta dagli stessi carabinieri intervenuti come un luogo in forte stato di degrado e, per tale ragione, del tutto «incompatibile con la presenza di tre minori»; all’interno sono state repertate tracce ematiche su alcuni arredi e indumenti, ora al vaglio della scientifica -3.
A rendere ancora più complesso l’intreccio investigativo, e a smentire definitivamente l’ipotesi di una caduta, sono le risultanze dei primi accertamenti medico-legali condotti sul della piccola Beatrice. Il medico legale, infatti, ha riscontrato la presenza di «numerose e diffuse lesioni personali», in particolare sulla testa, che per loro natura e conformazione non sarebbero riconducibili a un trauma accidentale, bensì a veri e propri «traumi volontari», alcuni dei quali inferti con l’utilizzo di oggetti contundenti -4-9. Una testimone, ascoltata nei giorni scorsi dagli inquirenti, avrebbe inoltre riferito di abituali violenze subite dalla bambina da parte della madre, aggiungendo un ulteriore tassello a un quadro già di per sé drammatico e suffragato anche dalle dichiarazioni di diverse altre persone, le quali avrebbero notato lividi sul corpo della piccola nelle settimane antecedenti il decesso -3.
La telefonata ai soccorsi e il buco di tre ore e mezza
L’intera architettura accusatoria poggia, infine, sull’analisi di un passaggio chiave della vicenda, ovvero la telefonata con cui Manuela Aiello, alle 8.21 del mattino, richiese l’intervento del 118. Per i magistrati, quella chiamata non rappresenterebbe l’estremo e disperato tentativo di salvare una figlia in difficoltà, quanto piuttosto un’azione ponderata e finalizzata a costruire una scena del delitto artefatta, nella speranza di fornire una parvenza di verosimiglianza alla propria versione dei fatti -3. A supporto di questa tesi, il gip sottolinea come la distanza temporale tra l’ora presunta del decesso e la richiesta di soccorso, un lasso di tempo che si aggira intorno alle tre ore e mezza, renda di fatto impossibile che la donna non si fosse resa conto dell’accaduto -5-8. La posizione del compagno, la cui abitazione è stata posta sotto sequestro in quanto «luogo dove avveniva il decesso», rimane al centro delle indagini, in attesa dell’esito dell’autopsia, disposta per i prossimi giorni e affidata al medico legale Francesco Ventura del San Martino di Genova, che dovrà stabilire con certezza le cause della morte e chiarire la natura di tutti i traumi riscontrati -6-7.




