La ricostruzione del gip: la madre in auto da Perinaldo a Bordighera con il Corpo senza vita della figlia di due anni
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Redazione Interno
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L’indagine sulla morte della piccola Beatrice, la bambina di due anni trovata senza vita nella sua casa di Bordighera, si arricchisce di un passaggio investigativo destinato a ridefinire l’intera dinamica temporale dei fatti. Il giudice per le indagini preliminari di Imperia, Massimiliano Botti, nell’ordinanza con cui ha disposto la custodia cautelare in carcere per la madre Manuela Aiello, ha delineato uno scenario che collide frontalmente con la versione fornita dalla donna: la piccola sarebbe deceduta non nella mattinata di lunedì 9 febbraio, bensì nella notte precedente, in una finestra oraria compresa tra la mezzanotte e le due. La 43enne, che si trova ora ristretta nel carcere di Genova Pontedecimo con l’accusa di omicidio preterintenzionale, avrebbe quindi atteso diverse ore prima di richiedere l’intervento del 118, dedicandosi nel frattempo a un gesto che agli occhi degli inquirenti assume contorni sempre più inquietanti.
La svolta nell’inchiesta, coordinata dal procuratore Alberto Lari e dalla pm Veronica Meglio, poggia su elementi tecnici che hanno progressivamente smontato il racconto difensivo. Centrale, in questa fase, è la relazione del medico legale Andrea Leoncini, il quale ha riscontrato sul della vittima molteplici lesioni classificabili come “traumi volontari”, alcuni dei quali provocati con oggetti contundenti. A ciò si aggiunge l’analisi delle telecamere di sorveglianza, che avrebbe smentito gli spostamenti dichiarati dalla donna, contribuendo a circoscrivere con maggiore precisione il luogo e l’ora del decesso. Non secondario, nell’economia del quadro indiziario, il contenuto della lunga telefonata al 118: una chiamata, quella delle 8.21, che per il gip sarebbe avvenuta quando la piccola era già priva di vita da ore, e che quindi configurerebbe una richiesta di soccorso palesemente tardiva e consapevole dell’inutilità di qualsiasi intervento.
Il trasporto del e il sequestro delle abitazioni
La ricostruzione accolta dal giudice ipotizza che il decesso sia avvenuto mentre madre e figlie si trovavano nell’abitazione del compagno di Manuela Aiello, un uomo anch’egli finito nel registro degli indagati per lo stesso reato ma attualmente a piede libero. La casa sorge a Perinaldo, un comune nell’entroterra di Bordighera, e da lì la donna, la mattina di lunedì, si sarebbe messa alla guida per fare ritorno alla propria residenza in strada delle Morghe. Un viaggio di una ventina di chilometri, compiuto – questa la convinzione del gip – con il senza vita della figlia sistemato all’interno dell’abitacolo. Giunta a destinazione, la 43enne avrebbe adagiato la piccola nel suo lettino, inscenando il ritrovamento e solo successivamente allertando i soccorsi. I sanitari, accorsi sul posto, non avevano potuto fare altro che constatare il decesso, ma il loro intervento aveva immediatamente attivato la procedura che ha portato all’apertura del fascicolo d’inchiesta.
La Procura ha nel frattempo messo i sigilli a entrambe le abitazioni coinvolte nella vicenda. Il decreto di sequestro dell’immobile di Perinaldo, dove secondo gli inquirenti si sarebbe consumato il fatto, è stato motivato con la necessità di preservare un luogo considerato “cosa pertinente al reato”. Nei prossimi giorni, come riferito da fonti investigative, è previsto l’intervento dei carabinieri del Ris per un sopralluogo tecnico volto a repertare eventuali tracce utili a confermare la ricostruzione, in attesa dell’esame autoptico che dovrà accertare con certezza le cause della morte e verificare la compatibilità delle lesioni con la tesi accusatoria.
La posizione della madre e il ruolo del compagno
Manuela Aiello, assistita dagli avvocati Laura Corbetta e Bruno Di Giovanni, ha sempre negato ogni responsabilità, respingendo con forza l’ipotesi di aver causato la morte della figlia. Durante l’interrogatorio di convalida, la donna ha ribadito la propria estraneità ai fatti, dichiarando di non aver mai sfiorato i propri bambini e affidandosi all’idea che la verità possa emergere solo attraverso il prosieguo delle indagini. Una versione, la sua, che fa perno su una caduta accidentale dalle scale avvenuta nei giorni precedenti, spiegazione che però non avrebbe retto al confronto con i rilievi del medico legale. I legali, che hanno già preannunciato ricorso al tribunale del Riesame, puntano ora sull’imminente autopsia per ottenere elementi a discarico, eventualmente ridimensionando il nesso causale tra le lesioni riscontrate e il decesso.
Resta, sullo sfondo, la posizione del compagno della donna, la cui abitazione è finita al centro delle attenzioni investigative. L’uomo, indagato a piede libero, si trova in una posizione processuale che gli inquirenti dovranno chiarire nelle prossime settimane, verificando se vi siano elementi per sostenerne il coinvolgimento diretto o se la sua presenza nella notte del decesso possa aver giocato un ruolo nel ritardo con cui la madre ha deciso di chiedere aiuto. Le due figlie più grandi della donna, di 9 e 10 anni, sono state nel frattempo affidate ai servizi sociali, in attesa che la magistratura faccia piena luce su una vicenda che, a ogni nuova acquisizione, si rivela più complessa e drammatica di quanto le prime sommarie informazioni lasciassero presagire.




