Bimba morta a Bordighera, per il gip la madre viaggiò in auto con il cadavere della figlia per mezz'ora
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’ordinanza con cui il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Imperia ha disposto la custodia cautelare in carcere per Manuela Aiello, la donna di 43 anni arrestata con l’accusa di omicidio preterintenzionale della figlia di due anni, Beatrice, contiene un passaggio che aggiunge un tassello drammatico a una vicenda già di per sé oscura. Secondo quanto ricostruito dal gip sulla base degli elementi raccolti dalla Procura, la madre avrebbe trascorso oltre trenta minuti in automobile, percorrendo una ventina di chilometri, con il Corpo senza vita della piccola accanto a sé. Il tragitto, che gli inquirenti ritengono di poter ricostruire con precisione, avrebbe collegato l’abitazione di Perinaldo, dove il compagno della donna — Emanuel Iannuzzi, anche lui indagato a piede libero per il medesimo reato — risiede, fino alla casa di famiglia a Bordighera, in strada delle Morghe, dove la chiamata al 118 sarebbe poi partita solo diverse ore più tardi -2.
La finestra temporale in cui si sarebbe consumato il decesso, a parere del medico legale Andrea Leoncini che ha effettuato i primi accertamenti sul, si colloca tra la mezzanotte e le due della notte tra l’8 e il 9 febbraio. Un intervallo di tempo che, per i magistrati, collide in maniera insanabile con la versione fornita dalla donna, la quale aveva invece riferito di aver trovato la piccola in arresto cardiocircolatorio intorno alle otto del mattino, tentando poi di rianimarla. La relazione del medico legale parla di “molteplici lesioni” sul corpo e sulla testa della bambina, descritte come “traumi volontari” e, alcuni di essi, inferti con “oggetti contundenti” -2. Un quadro che ha portato la procura, con il procuratore Alberto Lari e la pm Veronica Meglio, a escludere l’ipotesi di una caduta accidentale, come inizialmente sostenuto dalla difesa.
La ricostruzione degli spostamenti e il silenzio delle telecamere
A sostenere l’impianto accusatorio, oltre alla consulenza medico-legale, concorrono anche le immagini dei sistemi di videosorveglianza e le dichiarazioni di alcuni testimoni. Gli investigatori hanno potuto ricostruire gli spostamenti del fine settimana: nel pomeriggio di sabato 7 febbraio, Manuela Aiello lascia Bordighera con due delle sue figlie, di otto e nove anni, diretta a Perinaldo -1. Un dettaglio che ha attirato l’attenzione di chi indaga è la totale assenza della più piccola nei filmati di quella sera: un’anomalia che renderebbe poco plausibile l’ipotesi che la bimba di due anni fosse rimasta sola per due giorni nell’abitazione di Bordighera. La convinzione della Procura, allo stato, è che il decesso sia avvenuto proprio nell’abitazione di Perinaldo e che solo successivamente il sia stato trasportato nella villetta di famiglia. Una volta rientrata a Bordighera, lunedì 10 febbraio alle 8.14, la donna attese sette minuti prima di comporre il numero di emergenza -1. Un lasso di tempo che, per gli inquirenti, non corrisponderebbe alla condotta di una madre in preda al panico per un improvviso malore della figlia, ma che potrebbe invece celare un tentativo di riordinare una scena o di preparare una versione credibile dei fatti.
Le condizioni in cui i carabinieri hanno trovato l’abitazione, inoltre, hanno contribuito a delineare un contesto familiare difficile. Gli accertamenti tecnici eseguiti nella villetta, posta sotto sequestro, hanno portato al rinvenimento di tracce ematiche su alcuni arredi e indumenti, ora al vaglio degli specialisti del Ris, il cui arrivo è atteso nei prossimi giorni per ulteriori approfondimenti -1. I militari parlano di un ambiente caratterizzato da un forte degrado, giudicato “incompatibile” con la presenza di minori.
Un quadro indiziario che si arricchisce di testimonianze
Parallelamente agli accertamenti tecnici e scientifici, gli inquirenti hanno raccolto dichiarazioni che contribuirebbero a delineare un carattere violento della madre nei confronti della figlia più piccola. Una testimone, in particolare, avrebbe descritto la donna come abitualmente violenta, e diverse persone avrebbero riferito di aver notato lividi sul di Beatrice nelle settimane antecedenti la tragedia -1. Versioni che la difesa della 43enne, affidata agli avvocati Laura Corbetta e Bruno Di Giovanni, aveva tentato di ricondurre a cadute accidentali in casa, come quella dalle scale che la madre stessa aveva menzionato. Le prime valutazioni medico-legali, tuttavia, smentirebbero questa possibilità: le ecchimosi riscontrate non presenterebbero le caratteristiche tipiche dei traumi dovuti a cadute, apparendo invece compatibili con violenze dirette -1.
La stessa telefonata al 118 è oggetto di attenta analisi. Per la Procura, quella richiesta di soccorso non sarebbe stata l’estrema e disperata richiesta d’aiuto di un genitore, bensì un tentativo di costruire artificiosamente una diversa dinamica. A sostenerlo, anche le condizioni in cui la piccola è stata trovata: distesa nella culla, vestita, in una postura giudicata incompatibile con l’aver appena praticato delle manovre di rianimazione -1. La donna, che si trova detenuta nel carcere di Genova Pontedecimo, continua a professarsi innocente, ribadendo di non aver mai sfiorato i suoi figli -5. Il gip, pur non convalidando l’arresto per flagranza, ha disposto la custodia cautelare in carcere per il concreto pericolo di inquinamento delle prove, ritenendo che la versione della donna sia già stata smentita da un compendio indiziario solido e in continuo divenire.




