La sparatoria di Monreale, i complici di Calvaruso braccati dai carabinieri
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Redazione Interno
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Salvatore Calvaruso, diciannovenne cresciuto tra i casermoni dello Zen di Palermo, è già in carcere con l’accusa di strage, porto abusivo e detenzione illegale di arma da fuoco. Ma attorno a lui, secondo gli investigatori, ruotano almeno altri quattro giovani, tutti provenienti da quartieri difficili della città, la cui cattura potrebbe essere solo questione di ore. Le indagini, condotte dai carabinieri del Comando Provinciale di Palermo, si basano su testimonianze e, soprattutto, sui filmati delle telecamere di una banca e di alcuni esercizi commerciali che hanno immortalato i momenti precedenti alla sparatoria.
Quello che emerge dalle immagini è una rissa violenta, con colpi di caschi e botte, prima che la situazione degenerasse in un conflitto a fuoco. Calvaruso, che in un primo momento aveva dichiarato di aver sparato «per difendersi», si è poi lasciato sfuggire un’altra verità durante gli interrogatori: «Ho fatto un macello». Una confessione che stride con la sua immagine pubblica, quella di un ragazzo timido ritratto in una foto su Facebook mentre abbraccia il padre, indossando un completo nero e occhiali alla moda.
La strage di Monreale, avvenuta in un contesto ancora da chiarire ma con ogni probabilità legato a futili motivi, ha visto una ventina di colpi esplosi in direzione di un gruppo di circa cento persone. Se Calvaruso è stato identificato come uno degli autori materiali, i carabinieri sono ora sulle tracce degli altri presunti complici, che potrebbero aver partecipato attivamente alla sparatoria. Le zone sotto osservazione sono quelle dello Zen e di altre aree a rischio di Palermo, dove il giovane e il suo gruppo erano già noti per frequentazioni poco rassicuranti.
Quello che colpisce, oltre alla ferocia dell’episodio, è il profilo di Calvaruso: un adolescente che, fino a pochi mesi fa, sembrava confondersi tra tanti altri ragazzi di un quartiere segnato dall’emarginazione e dalla criminalità diffusa. Nato e cresciuto in un’area dove l’edilizia popolare ha trasformato antichi aranceti in un agglomerato di palazzine degradate, con tassi di evasione scolastica tra i più alti d’Italia, il giovane incarna il fallimento di un territorio che troppo spesso produce storie simili.




