Il corteo per Ramelli a Milano, tra «presente» e saluto romano in duemila
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Redazione Interno
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Mentre la sera calava su Milano, circa duemila militanti neofascisti – compattati in file da dieci, ciascuno con una torcia accesa a illuminare il volto – hanno attraversato le vie della città studi, quel quartiere a nordest che già negli anni Settanta fu teatro di sanguinosi scontri politici. La loro destinazione, come da copione consolidato, era via Paladini, il luogo dove Sergio Ramelli, giovane del Fronte della gioventù, subì l’aggressione che lo avrebbe portato alla morte dopo settimane di coma il 29 aprile del 1975. L’occasione ufficiale era la cinquantunesima commemorazione del ragazzo, ma a giudicare dalla liturgia messa in scena ieri sera – con la triplice chiamata del «presente» e il conseguente saluto romano – si trattava piuttosto di una manifestazione di forza dell’ultradestra milanese, la quale da anni utilizza questa ricorrenza per un’operazione di segno marcatamente revisionista su quanto accadde in quella decade.
Un rito che si ripete identico
Appena il serpentone si è arrestato davanti al murale che ritrae Ramelli – e che sorge non lontano dal punto esatto dell’aggressione avvenuta nel marzo 1975 – i partecipanti hanno dato vita al rituale ormai tradizionale. Hanno scandito tre volte il «presente» e, braccia tese, hanno eseguito il saluto romano, senza che alcuna voce si levasse a interrompere quel silenzio carico di simboli. Non si trattava, va detto, di un evento spontaneo: le formazioni coinvolte – tra queste compaiono Casa Pound, Rete dei Patrioti, Forza Nuova e Lealtà Azione – avevano predisposto ogni dettaglio, dal percorso in piazzale Gorini fino all’ordine delle colonne, sfilate senza pronunciare parola e con le sole bandiere tricolori a sventolare.
Un corteo che non parlava solo di Ramelli
La manifestazione, per quanto incentrata sulla figura del giovane militante, era dedicata anche ad altri due nomi cari a quella galassia politica: Enrico Pedenovi e Carlo Borsani. Lo striscione in testa al corteo, su cui campeggiava la scritta «Onore ai camerati caduti», non lasciava spazio a dubbi circa l’interpretazione che dell’eredità di quegli anni viene offerta. E se da un lato i duemila hanno marciato in un religioso silenzio rotto soltanto dal battito dei passi, dall’altro, lungo il tragitto, da un balcone affacciato sulla strada qualcuno ha fatto partire «Bella Ciao», un controcanto che ha spezzato per un istante la solennità del rito fascista.
La cronaca di una serata già vista
L’aggressione che costò la vita a Ramelli – avvenuta per mano di alcuni militanti di Avanguardia operaia – è un fatto di cronaca nera che appartiene a un capitolo doloroso della storia italiana. Le indagini di allora portarono a condanne, e gli sviluppi giudiziari di quel caso si sono conclusi da decenni. Quel che ieri è accaduto in via Paladini, però, non riguarda tanto la ricostruzione di un omicidio politico quanto la sua strumentale messa in scena annuale: due ore di marcia, torce accese, bandiere, e poi il «presente» che rimbomba contro il muro del quartiere. Nessuna carica delle forze dell’ordine, nessuno scontro, solo la ripetizione di un gesto che la legge italiana, come noto, interpreta come apologia del fascismo. Eppure, ieri come ogni anno, il rito si è compiuto sotto gli occhi di una città che quella memoria – vera, non riscritta – la porta ancora addosso.




