Milano, il corteo dell’ultradestra per Ramelli: duemila e poi i saluti romani al “presente”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono duemila, secondo la questura, quelli che hanno sfilato per le strade di Milano in una serata di fine aprile: un numero, quest’ultimo, che non sorprende gli addetti ai lavori, trattandosi del cinquantunesimo anniversario della morte di Sergio Ramelli, il giovane militante del Fronte della Gioventù aggredito nel marzo del 1975 e poi morto dopo quarantasette giorni di agonia. La manifestazione, organizzata dalla galassia neofascista, si è snodata da piazzale Gorini verso via Paladini, luogo esatto dell’aggressione dove oggi sorge un murale in sua memoria. Non solo Ramelli, però, tra i nomi evocati: il corteo – fitto, compatto, organizzato in file da cinque per occupare l’intera carreggiata – era dedicato anche ad altri due caduti della cosiddetta “militanza”, Enrico Pedenovi e Carlo Borsani, figure di riferimento per l’estrema destra milanese. Fiaccole accese, bandiere tricolori sventolate, e uno striscione in testa al corteo recante la scritta “Onore ai camerati caduti” hanno fatto da corona visiva a un rituale ormai consolidato.

Il rito del “presente” e il gesto inequivocabile

Al culmine della commemorazione, proprio davanti al murale di via Paladini, la folla ha eseguito il rito del “presente”: una chiamata nominale, durante la quale ogni partecipante risponde alzando il braccio destro in quello che, per la normativa italiana, costituisce un saluto romano. Un gesto, quest’ultimo, la cui valenza simbolica – lo si ricorderà – è stata più volte al centro di pronunce giudiziarie, in particolare dopo la sentenza della Cassazione che ne ha chiarito i confini penalmente rilevanti quando diviene espressione di ricostituzione del partito fascista. Nessuna contestazione immediata da parte delle forze dell’ordine, che hanno monitorato l’evento senza intervenire; d’altronde, si trattava di una manifestazione dichiarata e preventivamente autorizzata. La folla, compatta, ha risposto in coro, restituendo un’immagine che a distanza di cinquantun anni non smette di sollevare interrogativi sulla persistenza di certe ritualità nell’alveo della destra radicale milanese.

Tra memoria selettiva e inchieste giudiziarie dimenticate

La vicenda di Sergio Ramelli – lo si rammenta per mero dovere di cronaca – è stata a suo tempo oggetto di un lungo procedimento giudiziario: fu aggredito da un gruppo di militanti di sinistra il 13 marzo 1975, mentre tornava a casa, e la sua morte, avvenuta il 29 aprile dello stesso anno, portò a condanne che colpirono alcuni esponenti dell’allora organizzazione Lotta Continua. Ciò che il corteo di domenica ha voluto celebrare, dunque, non è tanto la complessità dei fatti processuali – con le relative attenuanti e le diverse ricostruzioni storiche – quanto una memoria monolitica, priva di sfumature, che trasforma il ragazzo ucciso in emblema di un presunto martirio politico. Ed è proprio questa selezione della memoria – assieme alla presenza dei saluti romani – a riaccendere periodicamente il dibattito sui limiti della rievocazione e sull’eventuale apologia del fascismo, senza che finora siano scattati provvedimenti penali specifici legati all’evento di via Paladini.

Una geografia simbolica che si ripete invariata

La scelta del luogo, poi, non è affatto casuale: via Paladini, il murale, la stessa data del 29 aprile rappresentano coordinate fisse nel calendario della destra extraparlamentare milanese, una sorta di pellegrinaggio annuale che non ha subito interruzioni nemmeno durante gli anni della pandemia, seppur con modalità ridotte. I duemila partecipanti – provenienti non solo dal capoluogo lombardo ma anche da altre città del Nord – hanno percorso l’itinerario consueto, senza deviazioni, senza scontri, con una disciplina quasi coreografica. Le forze dell’ordine, schierate in assetto antidimostrazione, hanno limitato il proprio intervento alla regolazione del traffico e alla separazione fisica da eventuali contromanifestanti, assenti o poco numerosi. Nessun episodio di violenza è stato registrato, né si segnalano denunce a carico dei partecipanti per quanto concerne l’esecuzione dei saluti romani, la cui rilevanza penale – come noto – dipende dalla capacità di creare un concreto pericolo di ricostituzione del partito fascista.

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