Milano, la notte dei saluti romani per Ramelli: in duemila in corteo tra tricolori e il rito del «presente»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è chiusa con i consueti, e contestatissimi, bracci tesi la cinquantunesima commemorazione di Sergio Ramelli, il militante diciottenne del Fronte della Gioventù ucciso cinquantuno anni fa da un commando di Avanguardia operaia. Il corteo, che ha radunato circa duemila persone nel quartiere milanese di Città Studi, ha preso forma poco dopo le 21 da piazzale Gorini per poi snodarsi in colonne ordinate verso via Paladini, dove il giovane venne aggredito il 13 marzo 1975 morendo poi in ospedale il 29 aprile successivo a causa delle ferite riportate. L’evento, oltre al nome di Ramelli, era dedicato anche a Enrico Pedenovi (ucciso il 29 aprile 1976 in un agguato rivendicato dalla sinistra armata) e a Carlo Borsani (ex ufficiale della Repubblica Sociale Italiana fucilato dai partigiani il 29 aprile 1945) -2-10, a riprova di come la data del 29 aprile rappresenti una sorta di ricorrenza multipla per l’estrema destra italiana.

Un rituale fatto di silenzio, fiaccole e un richiamo che non ammette repliche

Le formazioni presenti – tra cui si riconoscevano i volti di Casapound, Lealtà e Azione, Rete dei Patrioti e Forza Nuova – hanno sfilato in un silenzio surreale rotto solo dal rumore dei passi cadenzati. Non c’erano bandiere di partito o vessilli di movimento, bensì solo il tricolore italiano a sventolare tra le mani dei partecipanti che portavano fiaccole accese. A fare da trait d’union tra il passato di piombo e il presente della rievocazione politica, lo striscione in testa al corteo recitava «Onore ai camerati caduti». Giunti davanti al murale che ritrae Ramelli, situato proprio nei pressi della sua abitazione, la manifestazione ha osservato il rito del «presente»: alla chiamata del nome del giovane militante, la folla ha risposto alzando il braccio destro in quello che la legislazione italiana, per quanto riguarda i reati di apologia, considera un gesto ambiguo ma storicamente associato alla liturgia neofascista.

La contro-narrazione dal balcone: «Bella Ciao» contro il «Presente»

Mentre le colonne attraversavano le strade, in quella che è una rappresentazione della memoria ancora non pacificata, la quiete del corteo è stata contrappuntata da un episodio destinato a segnare la cronaca della serata. Da un balcone affacciato sul tragitto – fenomeno già verificatosi in occasione di analoghe commemorazioni passate – hanno iniziato a diffondersi le note di «Bella Ciao». Il canto partigiano, eseguito probabilmente da residenti del quartiere o da semplici cittadini, rappresenta la più classica delle risposte simboliche all’estetica dell’ultradestra. In passato, episodi simili avevano scatenato la reazione furibonda dei militanti, ma questa volta, stando alle ricostruzioni, il corteo ha tirato dritto ignorando la provocazione musicale. Ad eccezione di qualche insulto lanciato da un altro balcone al termine della cerimonia, la tensione è rimasta contenuta e non si sono registrati scontri fisici.

Numeri e scenari: una presenza stabile nel cuore di Città Studi

La partecipazione di circa 2.000 persone conferma la capacità di mobilitazione di questi gruppi, capaci di attrarre simpatizzanti non solo da Milano ma da diverse regioni italiane. La scelta di vietare simboli espliciti (se non i tricolori) e di mantenere un profilo basso durante la camminata è una strategia comunicativa ormai consolidata: mostrare disciplina e ordine, per provare a normalizzare un rituale che invece rimane ai margini della legalità costituzionale. L’uso del saluto romano, sebbene reiterato ogni anno, continua a essere l’elemento più divisivo, oggetto di inchieste da parte delle autorità che spesso si risolvono in un braccio di ferro tra libertà di manifestazione del pensiero e applicazione della legge Scelba. Per la notte milanese, però, quei bracci tesi restano l’immagine più potente di un’ideologia che non ha smesso di cercare i suoi martiri.

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