Lo stato di New York vuole uno stop di tre anni sui nuovi data center

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Davanti alla corsa sfrenata all’intelligenza artificiale e ai servizi in cloud, che ha trasformato i data center in pilastri dell’economia digitale, si alza adesso il muro della sostenibilità. È in quest’ottica, segnata da una domanda energetica che cresce a ritmi inediti, che due senatrici dello Stato di New York hanno deciso di presentare una proposta di legge che impone una moratoria di tre anni e novanta giorni sulle nuove autorizzazioni per queste strutture. La norma, voluta da Liz Krueger e Kristen Gonzales, nasce dalla consapevolezza che gli impianti esistenti, molti dei quali concentrati nella zona nord di New York City, stanno già mettendo a dura prova la rete elettrica regionale, tanto che alcuni di essi, per funzionare, hanno fatto ricorso a generatori diesel inquinanti. L’obiettivo dichiarato del provvedimento è guadagnare tempo: un periodo di pausa, durante il quale si potranno valutare con attenzione gli effetti sull’ambiente e sulle risorse idriche, oltre ad aggiornare normative ormai superate dall’espansione tumultuosa del settore.

La pressione energetica e il caso californiano

La proposta newyorchese non è un caso isolato, ma si inserisce in un dibattito nazionale sempre più acceso, che vede da una parte la necessità di infrastrutture per la trasformazione digitale e dall’altra le legittime preoccupazioni delle popolazioni locali. Un esempio emblematico, in questo senso, arriva dalla California, dove a Monterey Park l’azione determinata di cinque residenti è riuscita a bloccare un progetto per un data center dalle dimensioni mastodontiche, pari a quattro campi da calcio. La mobilitazione, partita lo scorso dicembre in una zona simbolo come la prima Chinatown suburbana degli Stati Uniti, ha saputo coagulare in poche settimane un consenso ampio, raccogliendo quasi cinquemila firme e costringendo infine l’amministrazione comunale a ritirare il piano. Questo episodio dimostra come, al di là delle valutazioni tecniche, l’accettazione sociale stia diventando un fattore cruciale per lo sviluppo di impianti così impattanti.

Una pausa per studiare e regolamentare

Il disegno di legge, dunque, non punta a un divieto permanente, ma a istituire una fase di studio e di transizione. In quei tre anni e novanta giorni, le autorità statali avrebbero il compito di condurre approfondite analisi sull’impronta carbonica dei data center, sul loro consumo d’acqua – che è spesso enorme per i sistemi di raffreddamento – e sulla loro interazione con la rete elettrica, la cui stabilità è fondamentale. Si tratterebbe, in sostanza, di colmare un vuoto normativo: molte delle leggi attuali, infatti, sono state concepite in un’epoca in cui queste infrastrutture non avevano la scala e la densità di potenza di calcolo che le caratterizza oggi, specialmente per via dell’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale, operazione che richiede quantità di energia paragonabili al consumo di intere città.

Il contesto nazionale e le implicazioni

Se la moratoria venisse approvata, lo Stato di New York si allineerebbe a una tendenza che sta prendendo piede in diverse aree del paese, dove legislatori e amministrazioni locali stanno cercando di mettere dei paletti a uno sviluppo percepito come troppo rapido e poco regolamentato. L’attenzione si concentra, inevitabilmente, sul bilanciamento tra progresso tecnologico e tutela ambientale, un equilibrio delicato che richiede scelte ponderate. La pausa volontaria permetterebbe di definire standard più severi per l’efficienza energetica e di studiare soluzioni per integrare maggiormente le fonti rinnovabili, senza per questo rinunciare al ruolo di hub digitale che lo stato, con la sua capitale Albany e l’area metropolitana newyorchese, ambisce a mantenere.

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