Il 25 aprile tra spari e polemiche: Piantedosi parla di “manovre diversive” mentre la Brigata ebraica rilancia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La consueta scia di polemiche che segue le celebrazioni del 25 aprile, una tradizione quasi solida quanto i cortei stessi, si è arricchita quest’anno di episodi dalla gravità inusuale, spaziando da veri e propri atti di violenza fisica a un durissimo braccio di ferro simbolico sul significato stesso della Resistenza. Se a Roma le indagini si concentrano sull’aggressione a due iscritti all’Anpi – per i quali il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha dichiarato "buone prospettive che il responsabile possa essere individuato", fiducioso nelle capacità investigative messe in campo – è a Milano che si è consumata la lacerazione politica più profonda, destinata a lasciare strascichi ben oltre la giornata della Festa della Liberazione.

L’accusa di Piantedosi e le “manovre diversive”

Visitando il Memoriale della Shoah insieme a Liliana Segre, Piantedosi ha voluto tracciare una linea chiara, seppur complessa, nel valutare quanto accaduto nel capoluogo lombardo, dove la Brigata ebraica è stata contestata e di fatto allontanata dal corteo principale. Secondo il ministro, che ha parlato di “grave manovra diversiva”, sarebbe inaccettabile scaricare la colpa della tensione solo sulla presenza delle bandiere di Israele o sulla presunta inerzia delle forze dell’ordine, distogliendo l’attenzione dal nucleo centrale della vicenda. “Non si capisce perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione alla lotta di Liberazione”, ha rimarcato, riferendosi al ruolo storico della Brigata ebraica, un di volontari che combatté in Italia contro il nazifascismo.

Proprio su questo punto, però, si è innestata la replica dell’Anpi e di una parte del mondo politico, che ha insistito sulla natura “inopportuna” di certi vessilli in un contesto di profonda tensione legata al conflitto in Medio Oriente. Dal canto loro, i rappresentanti della Brigata ebraica non solo respingono al mittente ogni accusa di provocazione, ma alzano la posta in gioco. Attraverso le parole del direttore del museo dedicato alla loro storia, Davide Romano, hanno rivendicato il diritto a sfilare con quelle bandiere – che definiscono di “difesa della verità storica” – annunciando per l’anno prossimo un ulteriore, netto passo avanti: l’intenzione di portare in corteo anche i simboli di tutti gli Alleati, rifiutando quella che definiscono una celebrazione “autarchica e nazional-sovranista” della Liberazione.

La frattura interna e l’invocazione della legge Mancino

Le reazioni all’interno della stessa Comunità ebraica milanese non sono state, tuttavia, monolitiche. Il presidente Walker Meghnagi, che ha subito puntato il dito contro l’Anpi accusandola di aver orchestrato l’espulsione, si è trovato a gestire un dibattito interno acceso dove alcuni membri hanno mostrato riserve rispetto alla linea durissima scelta, preferendo magari strade diverse come il dialogo o magari azioni legali mirate. Nonostante queste voci critiche, la posizione ufficiale della dirigenza appare irremovibile: Meghnagi ha parlato di clima da “anni di piombo” e ha annunciato battaglia legali contro chi ha definito “antisemiti”.

Il fronte giudiziario, del resto, è già stato evocato esplicitamente. Davide Romano, in particolare, ha chiesto di valutare l’applicazione della legge Mancino per le frasi rivolte ai manifestanti ebrei, citando gli agghiaccianti epiteti “siete saponette mancate” o l’auspicio che Hitler “avrebbe dovuto finire il lavoro”. Romano ha sottolineato con forza che queste espressioni non rientrano nella libera manifestazione del pensiero, ma configurano reati veri e propri, e ha accusato chi tenta di giustificarle con la presenza della bandiera israeliana di seguire una logica “illiberale, figlia di Paesi dittatoriali”.

Parallelamente, il presidente dell’Anpi di Milano, Primo Minelli, ha preparato una controffensiva annunciando querele per diffamazione nei confronti di Meghnagi, negando qualsiasi forma di antisemitismo organizzato e rigettando l’accusa di aver pianificato l’esclusione della Brigata. Per Minelli, alla base degli strali c’è una narrazione falsa dei fatti, laddove loro avrebbero semplicemente chiesto di rispettare un ordine prestabilito, mentre gli episodi di violenza verbale – come quelli delle “saponette” – sono stati immediatamente condannati dall’associazione senza tentennamenti.

L’ombra lunga degli spari a Roma

Mentre Milano resta impigliata in una fitta rete di dichiarazioni, annunci di querele e recriminazioni storiche, a Roma gli inquirenti procedono con pragmatismo sul piano penale. L’aggressione dei due coniugi, colpiti da un uomo su uno scooter con un’arma ad aria compressa mentre indossavano i fazzoletti tricolori dell’Anpi, ha avuto una dinamica diversa rispetto agli scontri verbali milanesi, configurandosi come un fatto di sangue a sé stante. Le indagini della Digos si basano principalmente sulle riprese delle telecamere di sorveglianza della zona tra via Ostiense e Parco Schuster, dove si sono consumati gli spari che hanno ferito i due alla guancia e alla spalla, per fortuna in modo non grave.

L’auspicio del ministro Piantedosi, che si è detto sicuro di una rapida soluzione del caso, fa da contraltare all’amarezza espressa dal mondo politico locale e dall’Anpi stessa, che ha parlato di “fatto gravissimo” e atto “vile e vigliacco”. L’attenzione resta alta su eventuali legami tra l’aggressore solitario – descritto con casco integrale e giacca mimetica – e frange estremiste, ma al momento gli investigatori mantengono il massimo riserbo su movente e possibili complici. Quello che emerge con chiarezza, dall’analisi convergente di entrambe le città, è un clima di acidità crescente che sembra aver ormai intaccato il rituale civile della Liberazione, dove la memoria storica cede il passo a simboli e parole di una attualità sempre più divisiva.

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