«Siete saponette mancate», l’onta sul 25 aprile e lo strappo che non rimargina

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La data simbolo della rinascita democratica italiana si è trasformata, in questo 2026, in un campo di battaglia verbale e fisico dove la memoria storica è stata calpestata da insulti inauditi. Mentre a Roma due sostenitori dell’Anpi venivano feriti da colpi di pistola ad aria compressa – un episodio, quest’ultimo, che le cronache hanno registrato senza che ancora si sia arrivati a una stretta definitiva sugli esecutori materiali – a Milano accadeva qualcosa che sembrava archiviato per sempre nei manuali di storia. L’esclusione della Brigata Ebraica dal corteo principale per la Liberazione ha riaperto ferite che risalgono alla notte dei tempi, con una violenza retorica che ha lasciato senza fiato non solo i diretti interessati.

Emanuele Fiano, figura di spicco di “Sinistra per Israele” ed ex deputato del Partito Democratico, porta sulla sua pelle il peso di un passato che non lo abbandona mai. Figlio di Nedo, superstite dell’Olocausto, e parente di dodici familiari gasati o bruciati nei forni dei lager nazisti, Fiano racconta l’attimo esatto in cui l’odio gli è piombato addosso: mentre sfilava, un individuo gli ha urlato «Siete saponette mancate». Una frase, questa, che non solo nega l’orrore della Shoah, ma lo ridicolizza, trasformando la carne dei suoi cari in un oggetto. «Ho provato un moto di rabbia incontenibile – ha dichiarato – e se chi ha urlato mi fosse passato vicino, non so come avrei potuto reagire». La sua testimonianza restituisce l’idea di una comunità accerchiata, costretta a lasciare la piazza non per scelta, ma per la pressione di una folla che non tollerava la presenza della Stella di David.

Il ruolo dell’Anpi e la replica dell’associazione

Parallelamente alla denuncia di Fiano, è esploso lo scontro frontale tra la presidenza della comunità ebraica milanese e l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Walker Meghnagi, presidente della comunità ebraica di Milano, ha puntato il dito senza mezzi termini contro l’organizzazione che storicamente custodisce i valori della Resistenza. «L’Anpi è dietro tutto questo – ha affermato Meghnagi – hanno organizzato l’esclusione perché sin dall’inizio avevano detto no agli ebrei al corteo». Le sue parole, rilasciate a margine della cerimonia intitolata alla Brigata, hanno innescato una reazione immediata e durissima da parte dei vertici nazionali dell’associazione.

Gianfranco Pagliarulo, presidente nazionale dell’Anpi, insieme al presidente provinciale Primo Minelli, ha liquidato le accuse come «farneticanti, provocatorie, false e volutamente strumentali». L’Anpi non si è limitata a smentire: ha annunciato un’azione legale, dichiarando che ci si vedrà in tribunale per chiarire chi, quella mattina, abbia effettivamente alzato i muri verbali. Se da un lato Meghnagi insiste nel denunciare quella che definisce «istigazione all’antisemitismo», dall’altro l’associazione partigiana respinge con sdegno l’ipotesi di aver ostacolato proprio coloro che furono perseguitati dalle leggi razziali.

Le botte, gli spari e il silenzio del governo

A rendere il quadro ancora più tetro, però, ci pensano gli eventi della Capitale. Mentre a Milano gli animi ardevano, a Roma si consumava un agguato vile: due manifestanti, entrambi aderenti all’Anpi e riconoscibili dal fazzoletto partigiano al collo, sono stati raggiunti da pallini esplosi da una pistola ad aria compressa. L’uomo, colpito al collo e alla mano, e la donna, ferita alla spalla, hanno riportato segni tangibili di una violenza che nulla ha a che fare con la commemorazione, ma che evoca tristemente le atmosfere squadriste.

Non si è trattato solo di un atto vandalico: lo sparo a freddo, in una via laterale rispetto al corteo, ha dimostrato come la tensione politica si sia ormai trasformata in gesti concreti di brutalità. Eppure, nonostante la gravità dei fatti – che includevano anche intolleranze verso chi esponeva semplicemente la bandiera ucraina – la macchina del governo appare, secondo numerosi osservatori, inspiegabilmente inerte, tanto che la maggioranza politica non ha ancora prodotto una condanna unanime e trasversale che metta tutti d’accordo.

Una libertà negata che riscrive la storia

Non è un dettaglio marginale, infine, la constatazione che arriva da Daniele Nahum, consigliere di Azione a Palazzo Marino, il quale sottolinea come «non accadeva dal 1938 che a cittadini ebrei venisse impedito di manifestare». Un paragone, quello con le leggi razziali fasciste, che getta un’ombra sinistra sull’intera manifestazione. Per oltre due ore, la rappresentanza della Brigata Ebraica è rimasta ostaggio di una situazione di stallo, scortata dalla polizia antisommossa in un clima da coprifuoco, lontana anni luce dallo spirito di fratellanza che il 25 aprile dovrebbe rappresentare.

Il tentativo di mediare da parte della questura, concretizzatosi in un estenuante e vano tentativo di far procedere lo spezzone tra la folla ostile, è fallito. Il risultato è che la città medaglia d’oro della Resistenza ha visto sfilare la storia ebraica fuori dal percorso ufficiale, quasi fosse un ingombro. Se la sinistra, come paventa Fiano, cerca oggi di ricucire lo strappo, i fatti di queste ore dimostrano che il divario non è più solo politico, ma umano: quando si guarda qualcuno e lo si paragona a un pezzo di sapone, la politica non ha più molto da dire, se non prendere atto che l’abisso è già dentro la piazza.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.