Il giorno dopo gli spari del 25 aprile, Lia Levi: “Quel ragazzo ignora la storia ma non temo derive squadriste”
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Redazione Interno
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Nessuno, forse, meglio di lei può restituire la misura esatta di ciò che è accaduto. Lia Levi, che di anni ne ha novantaquattro e di quell’inferno chiamato Olocausto porta ancora addosso la memoria viva – lei che per trent’anni ha diretto il mensile “Shalom”, coltivando con pazienza e rigore l’archivio di un popolo – non usa mezzi termini per inquadrare il gesto di quel ragazzo che ha sparato il 25 aprile durante un corteo della Liberazione. “Quello che è successo è un episodio grave”, dice la scrittrice e giornalista, “ma non lo leggo come il sintomo di una deriva squadrista organizzata. Quel ragazzo, probabilmente, ignora la storia più elementare. E l’ignoranza, lo sappiamo, è il primo passo verso la brutalità”. Un’analisi, la sua, che fende la nebbia delle ipotesi più catastrofiste senza però sminuire la gravità oggettiva del fatto: colpi d’arma da fuoco in una manifestazione che celebrava la fine del nazifascismo, un ferito. Una frattura che si aggiunge ad altre, più sottili ma non meno profonde, e che da giorni infiamma il dibattito politico e mediatico.
Quella frase mai provata e lo scivolamento della realtà nella narrazione
Ma c’è un altro elemento, forse ancora più insidioso, che emerge dalla rissa verbale seguita agli spari. Per giorni, su giornali e social, è rimbalzata un’espressione che avrebbe avuto il potere di trasformare l’accaduto: “Siete saponette mancate”. Una frase antisemita – tra le più spregevoli, se si pensa alla strumentalizzazione dei corpi delle vittime dei lager – che qualcuno avrebbe rivolto a esponenti della comunità ebraica presente al corteo. Peccato che, a una verifica puntuale dei fatti, non esista una prova certa che quelle parole siano state effettivamente pronunciate. Non è un dettaglio da poco, in un contesto già polarizzato all’inverosimile. Perché quando la linea tra realtà e interpretazione si assottiglia fino a sparire, sono le narrazioni a prendere il sopravvento; e chi ha responsabilità istituzionali – persino la presidente del Consiglio, in altre occasioni – può legittimamente approfittarne per piegare i fatti al proprio tornaconto politico. La verifica, insomma, non è un vezzo da cronisti pignoli. È l’unico argine che impedisce alla polemica di divorare ciò che è effettivamente accaduto.
Il ragazzo che ha sparato, tra criminale e capro espiatorio
A gettare ulteriore benzine sul fuoco ci ha pensato poi la copertura mediatica dell’episodio. “I principali quotidiani italiani hanno adottato lo stesso identico schema: titolo d’apertura in prima pagina – ‘Sono stato io a sparare il 25 aprile’ – e notizia sviluppata nelle quattro pagine successive”. La domanda, retorica solo in apparenza, è d’obbligo: non sarà un po’ troppo? La sproporzione tra il fatto – grave, certo, ma circoscritto a un singolo individuo – e la risonanza rischia di trasformare un gesto criminale in una sorta di rappresentazione generale della rabbia politica, distorcendone la natura profonda. Il ragazzo che ha sparato, da questa angolazione, diventa al tempo stesso un mostro e un simbolo, carico di significati che forse non possiede. E la cronaca, che dovrebbe limitarsi a raccontare quello che è successo senza sovraccarichi interpretativi, si trasforma in tribunale delle intenzioni.
Le polemiche tra Anpi e Meghnagi, e l’orgoglio della memoria
Non poteva mancare, in questo quadro già teso, lo scontro frontale tra l’Anpi e alcuni esponenti del mondo ebraico. A parlare, senza peli sulla lingua, è il presidente provinciale di Milano, Minelli: “Noi sull’antisemitismo non prendiamo lezioni da quel signore lì”. Il riferimento è a Meghnagi, che aveva accusato l’associazione dei partigiani di alimentare il clima di odio. “Il dottor Meghnagi – continua Minelli – purtroppo ha un astio nei confronti dell’Anpi che risale a molto tempo fa. Dire le cose che ha detto, francamente, è vergognoso”. E aggiunge un dato concreto, quasi a voler ribaltare l’accusa con i fatti: “Voglio ricordare che noi venerdì partiamo con 300 ragazzi delle scuole per visitare i campi di sterminio. Abbiamo un rapporto con la Brigata Ebraica, non con la comunità”. Una precisazione, quest’ultima, che suona come un’estensione della memoria viva, fatta di viaggi e testimonianze dirette, non di dichiarazioni ad effetto. In fondo, mentre i fucili parlano e le parole si incrociano come lame, resta una sola certezza: la storia non si cancella con un colpo di pistola, né si offende con una frase non verificata. Ma anche questo, Lia Levi lo sa meglio di chiunque altro, non basta a restituire la calma a un paese ferito.




