Piantedosi: l’allontanamento della Brigata ebraica un atto vile
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Redazione Interno
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Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, intervenendo al convegno “Le vittime dell’odio” presso il Memoriale della Shoah-Binario 21 a Milano, ha definito “un atto vile” l’allontanamento della Brigata ebraica dalla manifestazione del 25 aprile nel capoluogo lombardo. Un giudizio, il suo, che non lascia spazio a sfumature: per il titolare del Viminale, non esiste “attenuante e alibi” riconducibile alla giovane età degli autori del gesto, né tantomeno si può invocare una qualche forma di giustificazione storica o contingente. Le discussioni, piuttosto frequenti in queste ore, circa la presunta inopportunità di esporre la bandiera di Israele in quella specifica ricorrenza – ha aggiunto Piantedosi – sarebbero nient’altro che “manovre diversive”. E c’è un aspetto, ha proseguito, che rende il quadro “ancora più grave”: l’idea secondo cui l’accaduto possa essere giustificato “dall’esposizione di certi simboli” o dalle modalità di gestione della questura. Parole che suonano come una presa di distanza netta da qualsiasi tentativo di ridimensionare l’episodio.
La replica della Brigata ebraica e l’accusa all’Anpi
Dal fronte della Brigata ebraica, intanto, arriva una reazione altrettanto ferma. Il direttore del Museo della Brigata, Davide Romano, ha avvertito che cedere sulle verità storiche – anche solo marginalmente – significherebbe legittimare nuove esclusioni e indebolire la memoria della Resistenza, un patrimonio che non può essere oggetto di negoziazione politica o di convenienze contingenti. Romano ribadisce con decisione che le bandiere della Brigata continueranno a essere portate anche nei futuri cortei del 25 aprile, insieme a quelle degli altri Alleati. Una posizione, la sua, che si è accompagnata a una polemica aspra nei confronti dell’Anpi: Romano ha infatti invocato l’applicazione della legge Mancino per alcune frasi che sarebbero state pronunciate da manifestanti – tra queste “Siete saponette” e “Hitler avrebbe dovuto finire il lavoro” – e ha definito l’Anpi stessa “antisemita”. Accuse pesantissime, che testimoniano la frattura profonda apertasi attorno al significato stesso della ricorrenza.
Le reazioni politiche: Rifondazione e Pd diviso
Sul terreno politico, le ripercussioni non si sono fatte attendere. Il Circolo di Legnano di Rifondazione Comunista ha espresso “piena solidarietà” a Primo Minelli e all’Anpi, nella figura del suo presidente nazionale Gianfranco Pagliarulo, per gli attacchi ricevuti all’indomani delle celebrazioni milanesi. In una nota, il partito rivendica che il 25 aprile è la giornata della Liberazione dal nazifascismo, un “patrimonio collettivo costruito sulla Resistenza, sull’unità antifascista e sulla memoria di chi ha combattuto per la libertà”. Una presa di posizione netta, ma non unanime: nel Partito Democratico, come riportano le cronache, si è registrata l’ennesima spaccatura interna. Le posizioni divergono senza che emerga una linea condivisa – il partito appare incerto su quale fronte schierarsi, tra la solidarietà alla Brigata ebraica e la tradizionale prossimità all’Anpi. Una frattura che riemerge ciclicamente, ma che quest’anno sembra aver raggiunto toni più aspri del solito.
Lo strascico polemico e il dilemma dei simboli
Va detto, per completezza, che lo strascico di polemiche dopo le manifestazioni del 25 aprile è una tradizione consolidata – almeno quanto i cortei che ogni anno celebrano la liberazione dall’occupazione tedesca. Tuttavia, l’episodio milanese presenta un elemento di novità: non si discute solo di quali simboli siano legittimi o meno, ma dell’allontanamento fisico di un gruppo storico dalla manifestazione. Romano, dal canto suo, ha ricordato che “in molti negli anni ci hanno chiesto di non portare” al corteo le bandiere della Brigata, poi diventate quelle di Israele. Una richiesta che finora era rimasta allo stadio di pressione verbale, senza tradursi in un atto concreto di esclusione. Il ministro Piantedosi, pur sostenendo la legittimità della partecipazione della Brigata, non è entrato nel merito delle responsabilità specifiche della questura. Resta sullo sfondo la questione, irrisolta, della gestione delle memorie antagoniste: se la Resistenza fu anche antifascista, e se tra gli Alleati che combatterono per liberare l’Italia c’erano reparti ebraici, escluderne oggi i simboli rischia di riscrivere silenziosamente il racconto di quei mesi. Un rischio, questo, che nemmeno la consueta liturgia del 25 aprile – con le sue immancabili polemiche – può più permettersi di ignorare.




