La Germania mette in discussione lo stop ai motori a combustione nel 2035
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Redazione Economia
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La Germania, con una mossa che ha dell’inatteso, sta scuotendo le fondamenta della transizione verde europea per il settore automotive, avanzando l’ipotesi di un rinvio del divieto di vendita per le auto nuove con motore a combustione interna, la cui scadenza è attualmente fissata al 2035. Questa presa di posizione, che arriva da una nazione il cui pilastro economico è storicamente legato all’industria automobilistica, introduce una frattura significativa in un pilastro del Green Deal, quel pacchetto di misure con cui l’Unione europea intende azzerare le emissioni nette di gas serra entro la metà del secolo. A Berlino, nel corso di un vertice tenutosi alla Bundeskanzleramt, il cancelliere Friedrich Merz ha incontrato i vertici delle aziende e i rappresentanti dei sindacati, ascoltandone le preoccupazioni per una conversione troppo rapida e i possibili contraccolpi occupazionali.
Le ragioni di una sterzata
La proposta tedesca, la quale gode del sostegno di altri governi, tra cui quello italiano, non nasce dal rifiuto dell’elettrificazione in sé, che viene anzi ribadita come traiettoria principale, bensì dalla percezione di una scadenza eccessivamente rigida e potenzialmente dannosa per un comparto industriale di così vitale importanza. Il settore, del resto, si trova ad affrontare una crisi profonda, legata a catene di approvvigionamento globali ancora fragili e a una transizione tecnologica i cui costi, alcuni dei quali ricadono inevitabilmente sui consumatori, sono molto elevati. La richiesta, quindi, è quella di una pausa di riflessione, di un allungamento dei tempi che permetta di valutare con maggiore accuratezza tutte le opzioni sul tavolo, compresi i biocarburanti e altre soluzioni ibride, senza precludere alcuna strada per un dogmatismo ideologico.
La risposta di Bruxelles
Di fronte a questa iniziativa, la Commissione europea si è trovata costretta a riconsiderare la propria agenda, preparando di fatto una nuova proposta legislativa che possa mediare tra le opposte esigenze. Il regolamento del 2023, che aveva rappresentato un punto d’arrivo di un negoziato lungo e complesso, è oggi visto da molti come un ostacolo più che come un’opportunità, almeno nella sua formulazione attuale. La sfida per Bruxelles, la quale deve conciliare gli obiettivi climatici con la sopravvivenza economica di un’industria continentale, consiste nel trovare un nuovo equilibrio, riscrivendo delle norme che non soffochino l’innovazione ma che, al contempo, non allentino la pressione verso una mobilità davvero sostenibile.
Uno scenario in divenire
Quello che si sta configurando è dunque uno scenario fluido, dove le certezze di ieri lasciano il posto a un dibattito più articolato e, per certi versi, più realistico sulle effettive possibilità di attuazione della transizione ecologica. La posizione tedesca, che alcuni interpretano come un tentativo di proteggere i propri colossi industriali, ha il merito di aver riaperto un confronto necessario, portando alla luce le criticità di un percorso che non può essere solo dettato dal calendario. La partita, che si gioca tra i palazzi del potere europeo, deciderà non solo il futuro dei trasporti, ma anche la capacità dell’Eagna di mantenere la sua leadership industriale in un mondo che cambia.




